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I

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Il Direttore del Grande Centro Commerciale sedeva alla scrivania. Fuori dalla finestra, cadeva la neve, copiosa, bianca, zigzagando dal cielo fino all’asfalto del parcheggio su cui finiva per unirsi a tutto il resto di paciugo nevoso che già giaceva sull’asfalto, e c’erano poi alberi addormentati , qualche prato innevato e tutto il resto. Faceva freddo fuori dal Grande Centro Commerciale, ma dentro al Grande Centro Commerciale c’era il riscaldamento; d’estate c’era l’aria condizionata. Nel Grande Centro Commerciale c’era grossomodo la stessa temperatura tutto l’anno. Di innevato, nel Grande Centro Commerciale, c’era solo la neve finta sugli alberi di Natale finti, portatrice di una percentuale di guadagno in più nelle casse dell’azienda. Tutto il resto era come in ogni altro giorno dell’anno. Entrò un impiegato, convocato dal Direttore:

“Buonasera. Taglio corto.” disse il Direttore. “Ho bisogno che tu lavori questa notte dalle 23 alle 5 del mattino.”

“Ah, beh, sì, certamente, come al solito. Stipendio orario aumentato del 20%?”

“15% stavolta, purtroppo le direttive dell’azienda richiedono meno sprechi.”

“Uhm…”

“Lo faccio per il bene dell’azienda, lo sai.”

“Naturalmente.” sorrise l’impiegato.

Entrarono altri impiegati a cui il Direttore disse la stessa cosa, e tutti ripeterono la stessa cosa. Tutti tranne un paio, più o meno scontenti dell’offerta che il Direttore faceva loro. Un paio di questi rifiutarono l’offerta. Entrò un impiegato in tuta rossa, il nome “Alberto Bellani” era scritto in blu sulla sua targhetta.

“Buonasera. Taglio corto.” disse il Direttore. “Ho bisogno che tu lavori questa notte dalle 23 alle 5 del mattino.”

“Mi scusi, me lo dice adesso?” rispose il Bellani strabuzzando gli occhi. “Sì, devi scusarmi se te lo dico ora.”

“Purtroppo non posso, è la vigilia di Natale.” Il Direttore rimase deluso.

“Hai lavorato di notte tutte le volte che te l’ho chiesto e ora no?”

“Non la vigilia di Natale.”

“Eh cosa succederà mai di così importante? Proprio per questa ragione mi serve più lavoro qui: tutti gli altri centri commerciali rimarranno chiusi, faremo un sacco di clienti.”

“Senza di me, io ho un altro impegno.”

“Ma dai…”

“No no, la vigilia di Natale devo stare con la mia famiglia.”

“In che senso?”

“Come in che senso? Sto con la mia famiglia.”

“No scusami, mi stai dicendo che tu perdi occasione di un guadagno extra simile per stare con la tua famiglia? No, dico io, capirei se avessi un impegno importante…”

“Mi sembra abbastanza importante.”

Il Direttore gli fece un cenno di delusione.

“Bellani, è grave questo.”

“Grave?”

“Eh certo che è grave. Non possiamo far funzionare una società con una simile mancanza di etica del lavoro… sarò costretto a scrivere un report su di te.” Bellani roteò gli occhi, non era rimasto impressionato. “A meno che tu non mi fai un favore. Che ne dici di smontare 3 ore dopo, adesso, ed entrare 3 ore prima domattina?”

“Si può fare… lo stipendio?”

“Standard. Te lo aumenterei del 15% se tu lavorassi di notte… ma visto che preferisci non esserci…. Purtroppo non posso fare altro, come sai non dipende da me, è per il bene dell’azienda.”

“Eh. Accetto allora.”

Il Direttore gli sorrise e lo congedò. Entrò un impiegato in tuta rossa, il nome “Marianna Geroni” era scritto in blu sulla sua targhetta.

“Buonasera. Taglio corto.” disse il Direttore. “Ho bisogno che tu lavori questa notte dalle 23 alle 5 del mattino.” La faccia della Geroni era un carico di odio e di stronzaggine.

“Non posso.” tagliò corto lei, il Direttore rimase basito

“Ricordati che per il lavoro di notte ricevi il 15% in più.”

“Non posso, è la vigilia di Natale.”

“Santo cielo Geroni, anche tu con questa storia del Natale!”

“Credo ci sia tutta la civiltà occidentale, ad avere questa storia…”

“Bah gli islamici non fanno storie per i negozi aperti a Natale. Comunque va bene, se hai altri impegni importanti, niente, ma… spero siano impegni importanti.”

“Preferisco stare a casa con mio marito e mio figlio.”

In quel momento, il Direttore si sentì il sangue nelle vene diventare freddo come la neve che cadeva proprio fuori dalla finestra.

“Eh no, scusa, no questo non è accettabile! È un affronto!”

“Mi scusi?”

“Come sarebbe a dire tuo marito e tuo figlio?”

“Mio marito e mio figlio.”

Il Direttore si aggrappò ai braccioli della sedia girevole con rabbia.

“Com’è che hai avuto un figlio?”

“Non credo sarebbe opportuno spiegarle i dettagli.”

“Fai la spiritosa? Quando ti ho assunta tu mi avevi assicurato di avere solo un moroso, e che non era una cosa seria!”

“Quello era cinque anni fa… insomma, poi l’ho conosciuto meglio ed è diventata una cosa seria e poi… può immaginare.”

“Io non sono pagato per immaginare. Sono pagato per far funzionare questo centro commerciale al meglio, e non posso farlo se i miei impiegati non collaborano… ma del resto poi scemo io che non ti ho mai visto il pancione, mi ero messo in testa tu fossi ingrassata, sai? Farò disegnare delle uniformi più attillate.”

“Ma esattamente che problema c’è se ho fatto un figlio?”

“Hai idea di che problema siano per il giusto funzionamento di una società le donne con figli? Me l’hai appena dimostrato tu: non vieni a lavorare per passare la notte coi figli. Inflessibilità, attaccamento a vecchi schemi, incompatibilità con i ritmi di una società globale… non abbiamo bisogno di questi soggetti. Mi spiace, mia cara, ma sei nata nell’epoca sbagliata per avere figli.”

“Dunque?”

“Dunque niente, non posso licenziarti ora, anche se lo vorrei, ma sappi che per questo lavoro non sei portata. Tornando a noi, potresti almeno smontare 3 ore prima stasera ed entrare tre ore prima domattina?”

“Eh, questo sì.” Quando la Geroni uscì era ancora più piena di odio e stronzaggine di prima.

Infine, entrò un impiegato in tuta rossa, il nome “Augusto Curini” era scritto in blu sulla sua targhetta.

“Buonasera. Taglio corto.” disse il Direttore. “Ho bisogno che tu lavori questa notte dalle 23 alle 5 del mattino.” Augusto rimase zitto roteando gli occhi.

“Che ti succede, Augusto? Non mi dirai che hai anche tu problemi, ho seriamente bisogno di…”

“Non è per quello, per lavorare stanotte posso lavorare… però, guardami negli occhi, sei sicuro, zio?”

“Direi proprio di sì.”

“Lo sai cosa succede stanotte?”

“Cosa succede stanotte?”

“La vigilia di Natale. Davvero vuoi tenere i supermercati aperti a Natale?”

“Non sarebbe meraviglioso? Poter comprare tutto senza che ci sia da badare se è estate, inverno, notte o giorno.”

“Ma a quale prezzo? La vigilia di Natale è un giorno importante.”

“E che sei cattolico adesso?”

“No, però rimane un giorno importante. Sennò, non avremo più giorni importanti. A parte che il Natale è mica tanto cattolico, lo sai, zio, che ce l’avevano anche nell’antica Roma?”

“Sì, l’ho sentito, ma se è per questo nell’antica Roma credevano che ci fossero i fulmini per colpa di Zeus. Allora cosa facciamo, chiudiamo i negozi perché una volta da qualche parte credevano una cosa? Cosa faremo poi? Non venderemo più gli alcolici nel mese del Ramadan perché ci sono i musulmani? Ma fammi il piacere!”

“Se la pensi così non so che dirti.” Augusto alzò le spalle ed uscì. “Ah, una cosa, zio: domani ci sei?”

“Ci sono dove?”

“Dalla mamma per il pranzo di Natale.”

“Forse riesco a trovare un buco nel lavoro.”

“Va bé… buon Natale, zio.”

Direttore uscì un po’ dal suo ufficio a gironzolare per il centro commerciale: era incuriosito da cosa ci fosse di tanto speciale del Natale. Fece un giro nel reparto natalizio, che era dominato dal bianco, dal rosso e dal verde. Abeti di plastica con neve di plastica stavano sull’attenti per gli scaffali; e poi c’erano le palline rosse, blu, dorate, argentee, verdi eccetera eccetera. Il Natale era un grande tripudio di colori, e quella combinazione di colori, il Direttore sapeva bene, era stata studiata appositamente per catturare le emozioni dei clienti, così da spingerli a comprare di più. Un grande miracolo della scienza e della tecnica, certo, una bellissima orchestra di colori e di materiali finalizzata alla prosperità economica… ma niente che spingesse a passare la notte in compagnia dei parenti. Quei miracoli di colori e di plastica si ripetevano al grande centro commerciale più volte all’anno: a Natale, alla Befana, a San Valentino, a Pasqua, a San Patrizio e ad Halloween. In quel momento, il Direttore ebbe un lampo di genio. Nel mondo non c’erano solo i cattolici! Nei paraggi del centro commerciale vivevano parecchi musulmani e parecchi asiatici, in quel momento il Direttore capì: avrebbe pagato qualche studioso per informarsi sulle feste dell’Islam ed approfittare di ogni festa islamica per vendere aggeggi da festività anche ai musulmani. La stessa cosa avrebbe potuto farla coi buddhisti, con gli ortodossi, con gli induisti e con gli ebrei. Sarebbe potuto essere un ottimo investimento, c’era solo da calcolare i prezzi, i guadagni, le statistiche e scoprire se il gioco valesse la candela; c’era da mettersi al lavoro.

“Sono un genio, sono un genio!” si disse il direttore salendo sulla sua macchina e guidando per tornare a casa mentre la neve continuava a calare. Arrivato a casa accese la luce illuminando le pareti bianche, e accese la stufa elettrica così da avere un po’ di calore. Mise nel microonde della zuppa di legumi che aveva comprato al suo stesso supermercato e mangiò seduto sulla poltrona. Fuori da casa c’era una vera e propria bufera che sbatteva sui vetri ritmicamente, altro non si vedeva che la nebbia. Un messaggio di auguri di Natale arrivò da sua madre e da suo padre. Il Direttore si affacciò, non si vedeva altro che neve azzurra sulle strade debolmente illuminate dai lampioni, i suoi occhi si posero su una strana figura: un uomo mal vestito di grigio con un volto indistinto che guardava qualcosa, in piedi sotto a un lampione. Sembra guardi verso di me si disse il Direttore, quasi con preoccupazione. Facendolo sobbalzare, un uccello sbatté contro la sua finestra. Andò alla sua camera da letto: nell’ombra sembrava esserci qualcosa. Sentì giusto un filo di paura, poi accese la luce. Non c’era niente di strano in casa sua. Spense la luce e si mise a letto continuando a ripetersi: niente… non c’è niente in casa mia e non c’è niente fuori, non c’è niente, niente…

II

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La notte era strana. Era rumorosa, non solo dei rumori della bufera, ma anche dei rumori indistinti che la mente del Direttore creava. Sembrava esserci del movimento al di fuori della finestra, e la tenda sventolava nonostante nella stanza non ci fosse alcun corso d’aria. Nel buio penetrava la luce della luna riflessa della neve, che sembrava farsi sempre più luminosa. Da fuori venivano suoni sempre più strani: voci di strane bestie, come ruggiti e gracchii. Il Direttore non riusciva a dormire, si alzò in piedi e si diresse verso la tenda per chiuderla meglio. La luce della luna aumentò di intensità, diventando come la luce del sole, e improvvisamente la finestra si spalancò facendo entrare un grande vortice di neve fredda nella stanza. Una figura umanoide entrò dalla finestra: un uomo dalla barba e i capelli castani lunghi e crespi, nudo, con due robuste gambe di capra, e con sulla testa due lunghe corna di cervo, con gli occhi di cervo che emettevano una luce rossa, ruggiva e scalciava nella camera da letto del Direttore. Una luce infuocata penetrò dalla finestra, un laccio di pelle cinse l’uomo mostruoso per la schiena e lo immobilizzò. “Ahahahahahahahaha!” rise il vocione di un omone. Entrò in un turbine di neve, neve stranamente calda, l’omone su di una slitta da neve trainata da otto di quegli uomini bestiali. “Ahahahahahahahaha!” rise ancora gioiosamente l’omone sulla slitta. Era un uomo grasso e robusto, enorme, vestito di un abito verde scuro di lana, che teneva in mano una torcia di legno. “Ahahahahahahahaha!” rise e gettò sul pavimento una manciata di piccoli semi. Dai semi crebbe improvvisamente un pino verde smeraldo, e dal pino nacquero immediatamente dei frutti: arance, mandarini e limoni dei colori del fuoco, grandi come una testa umana, che emettavano luce e calore in tutta la stanza. Sempre ridendo sornione l’omone levò una mano e dalla sua manica verde fuoriuscì un fiume di dolcetti di cioccolato e di zucchero bianchi, verdi e rossi. “Auguri! Auguri!” rise l’omone. Con un gesto della mano fece comparire delle candele bianche, verdi e rosse su ogni ripiano della stanza e sulle corna degli uomini mostruosi e con la sua grossa torcia di legno le accese; la fiamma delle candele era arancione come la fiamma di un camino, e l’odore era quello del muschio sulle conifere d’estate. “Ahahahahahahahaha! Auguri!” disse l’omone al Direttore.

Chi sei tu? Cosa fai in casa mia? Sei un sogno, vero?”

“Sono un sogno eccome ahahahahahahahaha! Ma un tempo ero realtà! Mi presento, sono lo Spirito del Natale Passato, ma in realtà non sono mai passato!”

“Non ti capisco. Cosa cerchi da me?”

“Io sono la luce del Sole da settentrione, sono il fuoco che brucia nelle notti d’inverno, da dove vengo io tutti regalano tutto, e niente chiede niente in cambio, per questo ti porto un regalo.”

“Un regalo?”

“Un regalo, sì, ti porto in dono un ricordo.”

“Quale ricordo?”

“Sali sulla mia slitta!”

“Un momento, vado a mettermi la giacca.”

“Non ti serve la giacca, non fa mai freddo nei ricordi!”

Il Direttore salì sulla slitta dello Spirito, lo spirito rise e agitò il laccio di cuoio che legava gli otto uomini mostruosi, i quali all’unisono fecero ticchettare gli zoccoli sul pavimento, corsero verso la finestra, e poi spiccarono il volo sulla città. Dalla slitta dello Spirito, il Direttore vide tutta la città come non l’aveva mai vista: coi tetti di neve bianca, e le strade di neve inbluita dal cielo notturno e ingiallita dai lampioni, dalle finestre, dagli alberi di natale scintillanti e dai fari delle auto, e poi la campagna, somigliante ad un lenzuolo estivo disteso, con intarsiature di verde.

Davanti al giardino di una casa illuminata, con un albero di natale pieno di palline multicolori, la slitta atterrò e lo Spirito disse: “Guarda dentro, dalla finestra.” il Direttore si avvicinò e guardò: c’era una cena della vigilia di natale, con tante persone che ridevano e mangiavano. I loro discorsi, però, il Direttore non li riusciva a sentire bene.

“Ti ricorda qualcuno?”

“Sì. Certamente, sono tutti i miei parenti, era la casa di mio nonno. Vedo perfino la mia bisnonna. Immagino che io sia quel bebé nel seggiolone.”

“Aha!”

“Cosa significa questo?”

“Non te lo posso mica dire io! Vieni, andiamo a vederne un’altra.”

“Cosa significa questo?”

“No, non possiamo. Vieni, sali sulla slitta, andiamo a fare visita ad un’altra famiglia.”


Decollarono e atterrarono in vicinanza di un’altra casa. Anche qui, una famiglia cenava per la vigilia di Natale. “Riconosci questa famiglia?” gli chiese sornione lo Spirito. “Mi sembra di sì. Non saprei dirti i loro nomi, ma ho la sensazione di conoscere parte di queste persone…” – “Eheheh, ti do un aiutino, questa sera tutti mangiano, ridono, bevono; ma c’è qualcuno in questa famiglia che non riesce né a mangiare, né a ridere, ora vediamo chi è.” Lo Spirito lo fece salire sulla slitta, e i due si affacciarono alla stanza del piano di sopra della casa. Era la stanza di un’adolescente, e su un letto con un piumone rosso c’era una ragazza dall’aria mogia; a riconoscerla il Direttore sobbalzò.

“Marianna…”

“Proprio lei.”

“Non è cambiata per niente ora che lavora per me.”

“Sì, sono passati anni, ma lei sembra ancora giovane.”

Dalla porta entrò la madre della Geroni, ebbero una piccola conversazione e la madre uscì dalla sua stanza. “Povera cara…” commentò lo Spirito del Natale Passato. “Qualcuno quest’anno le ha fatto passare proprio una brutta vigilia di Natale…”

“Già, qualcuno… e fui io quel qualcuno.”

“Lo so.”

Il Direttore si guardò i piedi incalzati di bianco nelle sue ciabatte grigie. “Eravamo fidanzati da circa sei mesi, poi io la lasciai perché mi venne in testa di partire per andare in Erasmus in Inghilterra. Mi ricordo che ci soffrimmo molto, sia io che lei. Lo sai poi che avevo in testa di riprovarci una volta tornato in Italia… ma poi venne la laurea, poi la startup e infine il lavoro vero e proprio e insomma… fu l’ultima mia donna, praticamente.” -“Lo so.” – “Ma dimmi, Spirito, perché me l’hai mostrato?” “Ti ho regalato un ricordo, a caval donato non si guarda in bocca.”

Continuarono a camminare per le case, e capitarono in un quartiere senza luce elettrica, con lampade ad olio e case di legno. C’era un alto fuoco, e c’era una lunga tavola apparecchiata e piena di candele bianche su cui mangiavano tante persone, ridendo, qualcuno era chino a terra a giocare a dadi, attorno al fuoco quattro donne danzavano tenendo delle torce nelle mani, una donna rimproverò un bambino: “Fai il bravo, o ti porteranno via i fauni!”, tutti si scambiavano piccoli doni, nell’aria si levava una musica gioiosa. “Non sentono freddo?” chiese il Direttore. “No, non si sente il freddo nel giorno più luminoso dell’anno.” Rimasero lì in piedi per un po’ ad osservare la festa e ascoltare la musica. “Vieni, ti devo riportare a casa ora.” disse lo Spirito.

Salirono sulla slitta, e pian piano tornò la città, il Direttore rivide la sua casa. “Dormi ora… e auguri!” sorrise lo Spirito facendolo scendere, “Ahahahahahahahaha!” rise ancora dileguandosi nel cielo trainato dagli otto mostri. La camera da letto ripiombò nell’oscurità.

III

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Scosso dal sogno che aveva appena fatto, il Direttore non riuscì a prendere sonno benissimo. Passò un tempo inquantificabile tra il sonno e la veglia, con gli occhi semichiusi e la bocca aperta ad inspirare l’aria fredda di Dicembre. Nella torbidità delle sensazioni, piano piano la stanza cambiò colori. Da blu e scura, era diventata gialla e luminosa; nella stanza ci doveva essere una fonte di luce che prima non c’era.

“Chi sei tu?” chiese il Direttore. “Un altro giochetto della mia mente, vero? Vai via, ti prego, ho sonno e domani devo lavorare.”

“Io sono lo Spirito del Natale Presente!” gli rispose la voce di un bambino facendolo sobbalzare e alzare dal letto.

Vide finalmente la fonte della luce, o meglio non la vide: una figura umana era in mezzo alla sua camera da letto, e a vederla il Direttore sentì male agli occhi da tanto che era luminosa. Dopo molte lacrime, i suoi occhi si abituarono alla luce e la figura iniziò a distinguersi: un bambino alto circa un metro, con una lunga tunica bianca a coprirlo, lasciando fuori un paio di piccoli piedi nudi. Il suo volto aveva la pelle bianca come il latte, gli occhi neri e dei lunghi capelli biondi che ricordavano le crine di un cavallo bianco, e una corona di alloro verde gli cingeva la testa raccogliendoli. Sorrideva, sorrideva sempre e guardava l’uomo negli occhi, fisso, infondendogli un senso di gioia. Nella mano destra teneva una piccola candela bianca che riempiva tutta la stanza di luce, ma ad emettere la luce più grande era la sua pelle, che brillava di luce propria, forte e calda come la luce del Sole. La sua voce era dolce come il canto del picchio in primavera: “Sono venuto qui per portarti la luce.”

“Quale luce?” gli chiese il Direttore. “Vieni più vicino, e guarda tu stesso.” Il Direttore si alzò, non sentì freddo, quello Spirito emanava calore. Appena si fu avvicinato, chiese: “Cosa devo vedere?” Lo Spirito sorrise, alzò la candela e la puntò verso la parete bianca della camera da letto, la candela divenne luminosa come un riflettore, e ferendo gli occhi del Direttore illuminò la parete di bianco come i proiettori del cinema. “Ebbene… cosa devo vedere?” – “Chiudi gli occhi.” gli rispose guardandolo in volto il piccolo Spirito, il Direttore chiuse gli occhi. Tutti gli effetti della luce sui suoi occhi fecero una strana danza, poi assunsero colori e forme. E poi suoni, odori e sensazioni… Il Direttore era in compagnia dello Spirito del Natale Presente in una casa piena di gente che festeggiava. Il Direttore riconobbe tutti: sua madre, suo padre, due dei suoi nonni, suo fratello, tre suoi zii e alcuni cugini. “Perché mi hai portato qui a farmelo vedere?” chiese il Direttore allo Spirito, lo Spirito non rispose. “C’è, come ogni anno, la cena di Natale in famiglia mia, solo che stavolta io non posso esserci – in realtà non potevo esserci nemmeno l’anno scorso – perché domani devo lavorare… che cosa c’è di insolito?” – “Non serve fare tante domande.” gli rispose semplicemente lo Spirito. “Stai a guardare.” Il Direttore stette a guardare, la sua famiglia era felice. Mancava solo lui, e mancava Augusto perché lui gli aveva ordinato di lavorare quella notte. Rimase a guardare per molto tempo, le portate andavano e venivano, c’era una musica. Era tutto così simile ai natali che gli aveva fatto vedere lo Spirito del Natale Passato. Si sedette a terra e guardò, con un groppo in gola. “Hai guardato abbastanza?” gli chiese lo Spirito. “Sì. Hai altro da farmi vedere?” – “Sì.” Lo spirito passò una mano sulla candela, le immagini, i suoni e gli odori si offuscarono, il Direttore aprì gli occhi e tornò nella sua stanza dalle pareti bianche. “Ho altro da farti vedere.” disse lo spiritello. “Chiudi gli occhi.”

Il Direttore si ritrovò in una casa, questa volta una casa che non conosceva. In una culla c’era un bebé che dormiva, da qualche parte nella casa una musica di due violini. Girando per la casa, la fonte della musica si rivelò essere un uomo che impartiva lezioni di violino ad una bambina, sorridendo. Arrivò una signora a portare via la bambina, l’uomo prese il cellulare e lesse. Fece l’espressione di chi ha visto qualcosa di molto deludente, e poi telefonò. “Pronto Mari … no, figurati, ti aspetto fino a mezzanotte … mi farò uno spuntino adesso e ceniamo insieme, a Paolo gli faccio io il biberon, non ti preoccupare … dai, ci vediamo dopo, ti aspetto.” Gettò il cellulare sul divano e si sdraiò con disappunto. Apparecchiò il tavolo, e sua moglie entrò, era la Geroni. Baciò il marito e il bambino, e insieme cucinarono e cenarono. “Lo conosco quell’uomo, l’avevo sempre considerato un idiota, sapevo stessero insieme, ma non credevo si sarebbero sposati.” commentò il Direttore.
“Quell’uomo di merda.” disse la Geroni al marito “Pensa un po’ cosa voleva che facessi? Che lavorassi questa notte!”

“E te l’ha detto così all’ultimo?”

“Eh…”

“Che stronzo.”

“Non è la prima volta che fa così. Diresti, che poteva essere lui il mio uomo?”

“No, non me l’hai mai detto.”

“A vent’anni lo conoscevo… e poi è cambiato, problemi suoi.” Il bambino cominciò a piangere, i genitori si alzarono e la madre lo cullò. Il padre cominciò a suonare il violino.

“Si addormenta sempre benissimo quando tu suoni…” sorrise la madre. Finirono la cena e poi bevvero un po’ di liquore, si sdraiarono sul divano.

“Ti trovo un po’ giù stanotte, cosa succede?”

“Ho paura che perderò il lavoro.”

“Ma come?”

“La merda ha scoperto che ho un figlio e non vogliono impiegate con una famiglia perché sai… la flessibilità di orari e di giornate lavorative…” Rimasero in silenzio.

“Non c’è niente che puoi fare?”

“Per convincerlo? Non credo proprio… mi troverò un altro lavoro. Dubito comunque che avrei fatto quel lavoro per molto.”

“Sei sicura?”

“Sì.” la Geroni rimase mogia sul divano, il marito la accarezzò. “Ti prego, suonami qualcosa.”

Il marito cominciò a suonare una musica dolce. La donna sorrise. “Buon Natale amore…” Lo Spirito del Natale Presente parlò: “Non sono rimasti in molti ad amarti, guarda un po’…”

Passò un’altra immagine davanti ai suoi occhi: c’era il suo supermercato e c’erano i suoi impiegati in divisa, i clienti entravano ad un ritmo di circa uno ogni dieci minuti. Una cassa del supermercato era stata imbandita di cibi e bevande e i suoi impiegati avevano organizzato una cena di natale improvvisata con degli spaghetti riscaldati, del pandoro e dello spumante. Parlavano, ridevano e scherzavano. “Stanno bevendo sul posto di lavoro!” esclamò il Direttore. “Suvvia, non essere così quadrato.” gli disse lo Spirito “Nessuno si sta ubriacando marcio, è Natale poi.” Quasi a leggere il Direttore nel pensiero, un energumeno nigeriano di quelli che facevano da security diniegò l’offerta di un bicchiere di spumante, poiché sul lavoro non si poteva bere. “Eddai” gli rispose un’impiegata. “Tanto anche se rubano qualcosa è la merda che ci smena, non tu.” – “Dai ragazzi, magari, se siamo fortunati, a guidare con questa bufera la merda ci è rimasta.” il Direttore si sentì un groppo in gola. Intervenne Augusto in sua difesa:
“Dai ragazzi, non parlate così.”

“Abbiamo capito che è tuo zio, ma mica puoi difenderlo.”

“Ah no, non lo difendo mica, anzi, gli auguro un buon Natale e gli auguro che possa stare male per tutte le sue porcate di una vita, e contro ogni pronostico diventare un uomo migliore,” disse Augusto levando il bicchiere. “Auguri!” e bevve un sorso. Il Direttore si sentì piangere.

L’immagine si fece sempre più sfocata, ebbe svariate altre visioni: mercatini di Natale illuminati da qualche parte in Germania o nei paesi scandinavi, soldati siriani celebravano con le candele in mezzo alla polvere da sparo, bambini che scartavano i regali e attori di Babbo Natale in tutto il mondo, che davano consigli ai bambini su come essere più buoni.

“Che ti succede, Spirito?”

“La candela si sta sciogliendo…” rispose lo Spirito. “Io mi sto sciogliendo…” aggiunse con la sua solita aria sorridente.

“Non puoi stare ancora per un po’? Fammi ancora vedere…”

“Non posso, il presente non dura mai abbastanza…” sorrise lo Spirito mentre il suo corpo e il suo volto diventavano una luce bianca indistinta, sempre più fioca. Ci fu un ultimo bagliore così forte da far male agli occhi, e poi l’uomo si ritrovò al buio, seduto, in mezzo alla sua stanza.

IV

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La notte divenne buia. Un suono scosse il silenzio, il latrato di un cane in lontananza. Un secondo cane rispose abbaiando, e poi un terzo… lentamente, i cani fecero un enorme concerto di latrati. Che sta succedendo? Si chiese il Direttore mentre i latrati e gli ululati non lo lasciavano dormire. Sentì altri rumori: passi. C’era qualcuno nella sua casa.

Sto ancora sognando… ecco che arriva un altro di loro… concluse il Direttore. Con uno strano cigolio, la porta della camera si aprì, e una fioca luce giallastra fece luce. Il Direttore si alzò, e vide la figura tenebrosa che era entrata in camera sua. Era una donna, con il volto candido, gli occhi e i capelli neri, e un lungo abito nero come la notte con cappuccio, che lasciava scoperti soltanto il viso e le mani; da un grosso rigonfiamento sull’addome di quella donna, era evidente che essa fosse incinta. Continuarono a latrare i cani in lontananza. Nella mano sinistra, la donna reggeva una lanterna di metallo con dentro una piccola fiammella danzante, che emanava bagliori intermittenti tutto intorno a sé; la sua mano destra aveva un bracciale di metallo, al quale erano legate tre lunghe chiavi di ferro. “Chi sei?” le chiese il Direttore. La donna lo fissò con i suoi occhi scuri, e non rispose niente. “Sei lo Spirito del Natale Futuro?” le chiese. Lei non disse niente, ma fece cenno di sì con la testa. “Anche tu mi porti dei regali?” ancora lo Spirito fece sì con la testa. “Cosa devo fare?” chiese, lo Spirito si voltò di spalle, levò il braccio destro e fece un gesto con la mano che diceva vieni con me… il Direttore si alzò e si avvicinò, lo Spirito andò verso la porta chiusa della stanza, prese la maniglia e tirò per aprirla. Strano, poiché normalmente, la porta della sua camera da letto si apriva verso l’esterno… dietro la porta, invece del salotto come lui si aspettava, vide un buio cunicolo di mattoni di pietra, come le segrete di un castello, illuminato solo dalla debole lanterna dello Spirito. Lo Spirito vi si addentrò, e l’uomo la seguì da dietro.

Quel cunicolo conduceva in un vero e proprio labirinto di scale, scalini, porte e corridoi. In ogni corridoio c’erano porte chiuse ai lati. In breve tempo il Direttore perse l’orientamento in quel dedalo di segrete, ma lo Spirito, al contrario, aveva l’aria di sapere dove stessero andando. “Dove stiamo andando?” le chiese. Nessuna risposta. Dopo molto tempo che camminavano lentamente nel buio, lo Spirito gli fece il gesto di fermarsi, si avvicinò ad una delle innumerevoli porte, prese in mano una delle chiavi della sua mano destra e la aprì.

I due entrarono in una stanza dall’aspetto spoglio, dalle pareti bianche e appena arredata, come un ufficio. Si sentì una voce, filtrata da qualcosa di elettronico. In quella stanza, capì il Direttore, c’era un televisore, e poco distante un signore anziano che lo guardava. Non riuscì a vedere molto, perché l’unica fonte di luce era la lanterna dello Spirito, ma sentì tutto. Sentì una donna parlare in televisione, che raccontava della proposta di un certo Comitato Plenipotenziario d’Europa di abolire tutte le feste religiose. La donna commentò con voce neutra la notizia: “Finalmente, solo il ricordo rimane di giorni più arretrati, quando le categorie umane antiproduttive avevano forme di rappresentanza politica.” commentava una voce femminile in televisione. “Solo il ricordo rimane dei giorni in cui l’economia era controllata da vecchie superstizioni. Nel frattempo, la saggia decisione del Comitato Plenipotenziario è stata accolta con gioia dalle borse, che hanno registrato un aumento medio del 7% su tutti gli indici nelle ultime sei ore; e intanto è già in corso da parte delle forze armate un programma di Adeguamento dell’Opinione Pubblica: più di 10.000 libri contenenti accenni a usanze delle epoche di arretratezza sono già stati sequestrati e distrutti, e più di 700 individui anti-progressisti sono stati assicurati alle autorità. Grazie al lavoro delle forze armate, non sarà necessario che i nostri figli vengano a conoscenza degli orrori del passato. Benedetto sia il Comitato Plenipotenziario d’Europa. Sviluppo e progresso!”

“Sviluppo e progresso!” esclamò la voce gracchiante di un uomo vecchio. Era l’uomo che guardava la televisione, ed era l’uomo più brutto che il Direttore avesse mai visto: la pelle grigia e rugosa, due grosse borse sotto gli occhi, i capelli crespi e due occhi pieni di venature rosso sangue.

“Chi è quell’uomo?” chiese il Direttore allo Spirito, il quale, ovviamente, non rispose niente. Fece luce tutto intorno a sé con la lanterna, e il Direttore riconobbe la stanza. “No… questo è il mio ufficio. Ma allora, quello chi è?” chiese. Poi la paura gli riempì il cuore. “No… non può essere.” lo Spirito fece di sì con la testa. “No! Non posso essere io!” lo Spirito fece ancora di sì con la testa. “Non può andare così!” la porta dell’ufficio si aprì ed un uomo entrò.

“Mi licenzio.” disse l’uomo al vecchio.

“Ah” rispose il vecchio seccato “come mai?”

“Non sono d’accordo con le nuove regole.”

“Gli integratori di prestazione cerebrale?”

“Rifiuto di farmi mettere nel cervello oggetti per farmi dormire solo tre ore a notte, esatto.” il vecchio Direttore ridacchiò come ridacchiano gli uomini malvagi.

“Coglione!” sputò “non troverai mai più lavoro se non accetti i miracoli dell’ingegneria neurologica…”

“Se è una sfida la accetto.” disse l’uomo uscendo. Il Direttore, quello giovane, sentì una strana sensazione; lo Spirito gli fece cenno di seguirlo, aprì la porta dello studio e tornarono nel dedalo di cunicoli di mattoni.

Una seconda porta fu aperta dallo Spirito: il Direttore vide Augusto, un po’ invecchiato, in ginocchio, con la bocca sanguinante. Attorno a lui c’erano tre uomini molto forzuti in uniforme blu.

“Saturnalia, Ambrogio, Teodosio, Macrobio… questo come cazzo lo spieghi?” sbraitò ad Augusto uno di loro, reggendo un libro nella mano sinistra.

“Te l’ho già detto…” bofonchiò Augusto, piangendo. “Non mi ricordavo di avercelo in casa.”

“Mi prendi per il culo? Nessuno si dimentica di avere queste cose in casa!” rispose l’uomo forzuto estraendo un manganello. “Portatelo via!” ordinò dando un colpo sulla schiena di Augusto, facendolo tossire e rantolare. “Mi fanno schifo quelli come te, bastardo!”

Tornarono a camminare per i corridoi angusti.

“Tu, Spirito… non puoi dirmi quello che sta succedendo, come sta succedendo, e tutto il resto…” le chiese il Direttore spaventato. Lo Spirito si fermò, fece di no con la testa e poi proseguì. Gli aprì altre porte e il Direttore vide tutto quello che si aspettava di vedere: paramedici rubargli oggetti di valore in casa, mentre lui giaceva morto sporco di saliva e feci sul suo letto. Un funerale senza astanti, e poi il suo corpo inviato ad un Centro di Rendimento Energetico della Morte.

“Puoi dirmi almeno come posso evitare che tutto questo accada?”

lo Spirito rimase in silenzio. Il Direttore le rispose, facendola sorridere: “Ho capito perché non puoi dirmelo… perché non lo sai.”

Lo Spirito si girò verso di lui, levò la lanterna e poi la sventolò a destra, a sinistra, a destra e a sinistra… la testa gli dondolò, si appesantì, e crollò. Si svegliò nel suo letto, che ormai fuori albeggiava.

V

natale-luce

Il Direttore si lavò, si vestì, fece una piccola colazione e arrivò l’ora di andare al lavoro. Ma non aveva nessuna voglia di andare al lavoro, invece scrisse a sua madre e avvertì che sarebbe arrivato per il pranzo di Natale verso l’una del pomeriggio. Indossò la giacca e uscì.

La tempesta era finita, e ora il paese era tutto coperto di un puro bianco, non ancora solcato da alcuno stivale. Dai camini fluiva il fumo, bianco come la neve, e c’era un dolce silenzio, interrotto un momento da una macchina spanditrice di sale. Il Direttore accese la macchina, e fu il primo, quella mattina, a fruire delle strade disgelate in mezzo alla campagna tutta bianca. Andò in banca, ma la banca era chiusa. Giustamente, del resto è Natale si disse, e cercò al telefono una banca aperta nei paraggi. Non trovandola, accese il portatile e si risolse a usare l’home banking: fece bonifici a tutti i suoi dipendenti, e a tutti i suoi dipendenti messaggiò, comunicando di aver accreditato gli indennizzi dovuti per il lavoro di notte, o per il lavoro straordinario.

Alla Geroni invece non messaggiò, ma telefonò, lei non rispose. La capisco se non vuole sentirmi si disse, e tornò in macchina. Mentre guidava, la Geroni gli telefonò e non ammazzandosi per poco il Direttore rispose. “Geroni, pronto. Come stai? … Ascoltami, ti devo chiedere scusa per come mi sono comportato ieri. Stavo sragionando: non intendo affatto licenziarti…le politiche della società sono quello che sono, tu semplicemente del fatto che hai avuto un figlio non lo dire a nessuno e vedrai che nessuno saprà niente. Certo, se qualcuno ai piani alti della società lo scopre tu resti a casa, io ho le mani legate… ma se qualcuno lo scoprisse non lo scoprirà da me, te lo prometto… Buon Natale anche a te, Geroni.” sorrise al telefono il Direttore.

Arrivò a casa di sua madre. Lo avevano aspettato per mangiare. Mangiarono, si scambairono doni e auguri e risero.

Un paio di giorni dopo il Natale, una telefonata arrivò al Direttore, erano i piani alti della società. “Perché ha dato uno stipendio così alto ai suoi dipendenti?” gli chiesero, il Direttore spiegò le sue ragioni: era Natale. “Mi scusi, questa le sembra una ragione?” risposero e il Direttore non seppe cosa dire. Si risolse a raccontare tutto: lo Spirito del Natale Passato, quello del Natale Presente e quello del Natale Futuro, e tutte le strane visioni che gli erano arrivate quella notte.

“Lei, dunque, per un sogno si è comportato in questa maniera?”
“Sì.”
“Lo sa, vero, che era solo uno stupido sogno?”
“Sì, forse lei ha ragione, forse era solo uno stupido sogno.”

Si congedò dopo qualche minuto da quella telefonata, e rimase per qualche minuto in silenzio, a pensare.

***

Molti anni dopo, una bara fu interrata. Due becchini vi sedevano sopra prima di mettersi al lavoro, uno di loro rollava una sigaretta.

“Porca puttana, mi è caduto il filtro.”
“Vieni te lo rimetto dentro io. Guarda, per prima cosa devi riallargare il buco, che non puoi infilare cose grosse nei buchi piccoli.”
“Eeeeeh…”
“Eeeeeeh vedo che mi capisci.”
“Senti un po’, ma dobbiamo seppellirlo ora?”
“Bah, possiamo anche farlo dopo, tanto di sicuro di qua non si muove.”
“Io ho fame.”
“Andiamo al giapponese?”
“Andiamo al giapponese.”

saturnalia2

di Fedrìgh Bèli
tratto da Orde Hesperiane,Rubrica Hesperiana di Musica ed Identità, ed apparso sull’11° numero di Arya, Rivista ufficiale degli Esploratori Hesperiani.

In occasione dell’uscita della nostra rivista, all’interno della famigerata rubrica musicale che abbiamo creato con lo scopo di stuzzicare la vostra curiosità nei confronti di quanto sia musicalmente più radicato nell’anima profonda del nostro Sodalizio, abbiamo l’onore di recensire la ormai dodecennale Opera Metal del progetto HESPERIA, Aeneidos Metalli Apotheosis, cominciata nell’ormai lontano 2003 da Hesperus, unico membro e compositore effettivo del progetto. L’Opera si propone l’ambizioso compito di rievocare l’Eneide attraverso la musica Metal, e si suddivide in quattro parti, uscite a distanza di anni l’una dall’altra. Assieme ad “Il Ritorno di una Civiltà Arcaica”, questi quattro dischi rappresentano un ciclo di cinque album dedicati alla fase pre- romana della nostra Civiltà, a cui seguirà in futuro una nuova serie dedicata all’epopea Romana, che attendiamo in trepidante attesa. Abbiamo già avuto modo di trattare la musica di Hesperus su queste pagine, e di sottolineare come ogni nota del nostro, piaccia o non piaccia, sia azzeccata o meno, è di fatto un manifesto sonoro volto a celebrare l’Italicità più profonda e viscerale, quella che il giovane italiano, compreso il metallaruccio buono\cattivo forgiato ad ascolti plastificati da una parte e da una finta ruvidità plagiata agli ultimi epiloghi della scena norvegese dall’altra, scena di fatto ormai spastica e debole a detta dei suoi stessi veterani, spesso non può capire, perso tra luoghi comuni, esterofilia o peggio ancora lavaggio del cervello a suon di “generica cultura occidentale”. C’è rimedio: tre ore e mezza di musica del Maestro del Metallvm Italicvm, dove si cantano le armi, gli uomini e gli Dei della nostra Tradizione Patria, tra sognanti ed eterei passaggi frammisti a frastuono di archeo-futuriste battaglie combattute a stridore di ferraglia possono essere una buona medicina per provare a guarire le mancanze d’animo dei sopracitati virgulti.

“Benvenuti ad Hesperia. Benvenuti alla consacrazione dello Spirito Italico. Benvenuti alla consacrazione dell’Eneide nel Metallo. Che le mie Muse mi ispirino. E che lo spettacolo inizi!” esclama il nostro, e non possiamo fare altro che seguirlo: annegheremo trai flutti del Mediterraneo in tempesta e tra oceani di sangue, lacrime e ricordi nella Pars I, celebreremo lo spirito degli Eroi nella Pars II, stringeremo forte il Ramo d’Oro e discenderemo agli Inferi nella Pars III ed infine combatteremo per vincere nella Pars IV, concludendo l’epopea pre- romana con la nascita della stirpe che darà i natali a Romolo e ad Amor-Roma.

PARS I

hesperus

Iniziamo il nostro viaggio verso Hesperia da questo arcaico e soltanto apparentemente rozzo gioiello sonoro, primo album vero e proprio di Hesperia risalente all’anno 2003, nonostante vada specificato che il concept relativo ad “Il Ritorno di una Civiltà Arcaica” sia stato concepito ben prima e prefigurato dall’uscita di una cassetta, nel 1997, prima della pubblicazione del disco.
L’album, di ben 29 tracce senza reale separazione l’una dall’altra, è suddiviso in due macro-suites: Tyriae Turres narra della fuga in mare di Enea e dei Troiani superstiti dalla carneficina causata dai greci nella città di Ilio, espugnata dopo dieci anni di guerra, fino all’avvistamento delle mura di Cartagine, dove il nostro eroe si rifugerà accolto dalla regina Didone; Iliae Memoriae, invece, è il ricordo da parte dei troiani delle tragedie vissute, che narrano quanto ancora gronda sangue e lacrime nei loro ricordi alla corte di Didone.

Tyriae Turres si apre con il Proemium e con il Preludio, di sapore progressive, in cui Giunone, eterna oppositrice degli Eroi e causa al contempo della loro gloria, esprime le ragioni del suo odio nei confronti dei Troiani, i cui discendenti un giorno distruggeranno la sua diletta Cartagine.
La musica è epica e sognante, complessa ed intricata, ma ci scorniamo anche con la prima ruvidità del metallo hesperiano: ci si accorge subito che la musica è un tessuto di bassi suonati come chitarre soliste, dove effetti ricercati simulano sonorità chitarristiche o addirittura tastieristiche. Questo disco è infatti realizzato da Hesperus e dal suo fidato basso, dalla sua voce, peraltro registrata in presa diretta nelle grotte del Conero, da qualche effetto campionato da un bel peplum, “Il Colosso di Rodi” e da una batteria elettronica. Nient’altro. E’ impressionante la complessità raggiunta dal nostro, i diversi suoni che il suo basso produce si intersecano in ben quattordici diverse linee sonore. I rimandi sono alla scena progressiva italiana degli anni ’70, anche se non ci sono citazioni dirette: non ci troviamo di fronte ad un album in cui due o più generi vengono mescolati in modo manieristico, come nel cosiddetto “progressive metal” ed in generale nei generi “collage” e “crossover”, ma ad influenze radicate nell’anima del compositore, che si esprimono naturalmente, in modo subliminale.

E’ con la terza traccia, che inaugura una suite di brani dedicata alla tempesta causata da Eolo sotto istigazione di Giunone ai danni della flotta troiana al largo della Sicilia, che iniziano i problemi; ammetto caldamente che, quando ascoltai questo album per la prima volta, dopo essermi estasiato delle tracce introduttive, mi chiesi seriamente che diavolo fossero questi suoni (apparentemente) cacofonici e queste scale dissonanti. Col senno di poi, dopo dieci anni di ascolti, ho imparato ad amare queste sette tracce che esprimono la cupezza tempestosa di cui il Mediterraneo può rivestirsi, oltre ogni stereotipo geografico, anima peraltro ben carpita dalla copertina, dove il nostro, nel suo arcaico travestimento, osserva le coste brumose del suo Piceno. E’ con la decima traccia, l’Intervento di Nettuno/il placarsi delle acque che il tutto si rasserena in un bell’assolo lirico, di stampo heavy metal classico. L’unica critica che potremmo fare ad Hesperus è che la complessità delle trame di questo album, tecnicamente ineccepibile, hanno rischiato non poco di perdersi nel rumorismo del basso distorto e nella produzione rozza di stampo black metal, generando un effetto “noise”, peraltro voluto. Diciamo che una complessità ed un rumorismo pari merito desiderati e ricercati sono ben difficili da concordarsi l’un l’altro e vi sono alcuni momenti in cui il rumore prevale.
D’altra parte, superato l’impatto iniziale, è anche vero che negli anni tutto questo si fissa nella mente, evocando alla memoria un suono unico, nostalgico e distante come le memorie dei troiani, come i secoli innumerevoli che ci distanziano da questi nostri progenitori persi trai flutti e guidati soltanto dalla volontà degli Dei e dalla promessa di un nuovo regno, una volta tornati alla terra degli Avi abbandonata secoli prima: Hesperia, l’Italia, da cui Dardano partì alla guida della sua tirrenica stirpe per insediarsi in Troia; il suo discendente Enea, dopo aver perso tutto, caricatosi l’anziano padre Anchise sulle spalle, non può far altro che ritornare verso la terra dei Padri, una terra che non ha mai conosciuto. Questo senso di magica indeterminazione, ed al contempo saldezza nella Pietas e nella Fides verso gli Dei che si evince dal poema virgiliano, è evocato magistralmente dal nostro, attraverso la sua musica che possiamo a tutti gli effetti definire Arcaico-Italica ancor più che Metallica.

Con l’undicesima traccia i nostri giungono a Cartagine per narrare, nel dodicesimo pezzo, gli antichi Fasti di Ilio, una stupenda e sognante cavalcata progressive, seguita da una più classicamente metal La Guerra con gli Achei, epica ed oscura non senza il lirismo di un bell’assolo; Il Cavallo di Legno trascende gli schemi della forma canzone, essendo di fatto una rappresentazione quasi visiva della scena, avvalendosi di dialoghi cinematografici, come le due tracce successive, appena più canoniche come forma musicale.
Piccolo capolavoro è la diciassettesima traccia, La Tragedia di Laooconte, dove un metal estremo nell’anima si fonde a tessuti progressivi in cui il basso del nostro imita eccellentemente suoni similari ai sintetizzatori dei tardi ’70, per finire con un gran finale tragico e violento, in cui Laocoonte, unico testimone del tradimento greco, viene divorato dal mostro marino. Le tracce successive narrano dell’irruzione greca entro le mura di Troia, a causa dello stratagemma del cavallo di legno. Particolarmente tragica è la ventunesima, L’Assalto alla Reggia (La Morte di Priamo), seguita dalle intricate melodie dello Sgomento di Enea. Come in un Opera, i diversi temi musicali ritornano ciclicamente, come nell’epica Gli Occhi di Cassandra – Il Coraggio di Enea, che inaugura una suite nella suite che si protrae per altre tre tracce, particolarmente rumorose e complesse. Enea inizia dunque la sua ritirata, in conclusione di questa prima parte, passando per il monte Ida, diretto verso l’Egeo. E’ con l’ultima traccia, la Postilla, portando sulle spalle il padre e le tradizioni religiose della sua Terra, Enea e i suoi compagni partono diretti verso le terre d’Occidente, verso Hesperia, alla ricerca di un Regno senza fine…

PARS II: “in Honorem Herois”

hesperus in honorem

“In onore degli Eroi” suonano le fanfare, epiche e travolgenti, del Praeludium della seconda parte dell’Eneide in musica del progetto Hesperia, tratte dall’ottima colonna sonora del film storico-fantastico “Il Gladiatore”, e l’atmosfera già si percepisce cambiata: rispetto alle cupe tempeste marine e ai tragici ricordi della Pars I, “in Honorem Herois” è un disco in buona parte più “solare” rispetto al predecessore. Non mi si fraintenda: ad un primo ascolto si ha a che fare essenzialmente con un disco di “black metal pagano”, in modo indubbiamente più definito: le strutture musicali sono più legate alla “forma canzone” tipica del Metal e risultano di poco meno affini alla progressiva ed oscura teatralità del disco precedente, che comunque permane in una struttura fatta di interludi teatrali e strumentali tra un pezzo ed un altro. Ascoltatori avvisati: rimane comunque un disco di Hesperia, e se credete di trovare materiale per orecchie facili, avete sbagliato di grosso! Se vi è una maggiore aderenza alla forma canzone, rimaniamo comunque in lidi hesperiani, e se vogliamo fare raffronti è più che altro ad “Il Ritorno di una Civiltà Arcaica” del nostro a cui dobbiamo guardare. In ogni caso, si intuisce, anche raffrontando questo secondo capitolo ai suoi più recenti successori, una lenta progressione dall’oscurità più fitta alla luce, tramite suoni più puliti e meno nebulosi, pare voluta e ricercata dall’autore, quasi a rappresentare una evoluzione interiore che unisce l’Eroe, il musicista e l’ascoltatore stesso in un cammino di elevazione, che essa sia musicale, estetico-identitaria o addirittura di natura più alta. Le influenze musicali dell’album, oltre a quelle di natura black metal della primissima ora, della musica progressive, del sopracitato metal classico sempre più presente (anche se in modo subliminale e profondo) sono questa volta rintracciabili anche in tutto il thrash e il death tecnici della seconda metà degli anni ’80, che qui riemergono come influenze profondissime nella cultura musicale del nostro, senza dar luogo a plagi o miscugli in un contesto estetico- culturale completamente diverso e “originale” nel suo essere Tradizionale (e quindi oltre il bisogno di una “originalità” modernamente intesa). La complessità e la violenza, per dire, dei Voivod, senza essere “i Voivod incollati al prog anni ’70 incollati al pagan norvegese con qualche testo di ispirazione italica”, come avremmo potuto aspettarci da band dalla preparazione e dalla caratura inferiori rispetto ad Hesperia, che dimostra di non aver soltanto ingurgitato influenze di fretta con lo scopo di mescolarle e di propinarci “qualcosa”, ma di essere una realtà radicata nella passione decennale verso un macro-genere vasto quanto la musica classica, il Metal, oltre che nella musica

Dopo il Praeludium, il clangore si manifesta con Ad Hesperiam, tecnicissima, violenta e roboante eppure epica ed evocativa allo stesso tempo.
Epico ed oscuro, l’Interludium dedicato alla Morte di Anchise e a Didone Innamorata va a sfumare nella quarta traccia del disco, Tragoidia Didonis, degna della migliore tradizione black metal dei primi Satyricon. Nella nostra storia siamo giunti ad uno snodo importante dell’Eneide: per ordine di Giove ed intercessione di Mercurio, gli Dei hanno fatto sì che tra i Cartaginesi e i Troiani nascessero buoni rapporti, in modo che Enea ed i suoi potessero ristorarsi per poi ripartire. Eppure, Didone, la bella regina di Cartagine, si innamora di Enea, per giunta corrisposta dall’eroe, che inizia ad essere tentato dal pensiero di rimanere nel neonato regno barbaresco della nuova amante. Eppure, quegli stessi Dei che hanno fatto si che fosse così bene accolto dagli esuli fenici, anch’essi orfani della loro patria lontana, gli impongono di ripartire: il Fato di Enea è la rinascita della stirpe troiana, ed il pio Enea non può contraddire quanto i Numi stessi gli suggeriscono. Didone, sentendosi abbandonata dalla repentina partenza di Enea, si suicida, ed Enea si allontana diretto nuovamente verso la Sicilia, mentre dalle spiagge si levano i fumi del rogo funebre della regina, sacerdotessa di Tanit-Astarte, nient’altro che la forma divina con cui il suo popolo venera Giunone: i semi della futura inimicizia tra i due popoli sono così gettati. Questo narra il nostro italico aedo con la sua musica ne il Rogo di Didone e ne il Ritorno in Trinacria. Il disco si conclude con l’epica e maestosa Olympicus, dove vengono celebrati i giochi funebri in onore dell’anno appena trascorso dalla morte di Anchise ed in memoria dei troiani caduti, a cui partecipano i popoli della Sicilia ormai alleati dei Troiani. Anche in questo caso, Enea è tentato dal fermarsi tra genti congiunte, con cui ha in comune tradizioni, storia e cameratismo, eppure ricorda quanto annunciatogli dal cugino Eleno, figlio di Priamo, veggente ed indovino, e quanto percepisce delle volontà del padre defunto: dovrà spingersi fino alle coste tirreniche, dalle quali la sua stirpe ebbe origine, interrogare la Sibilla e gli Avi defunti sul vero significato del suo ritorno ad Hesperia. Sulle note del Postludium “Ad Spiritum Patris”, ci prepariamo dunque alla discesa nel regno delle ombre, verso Occidente, verso le profondità più recondite dello “Spiritus Italicus”.

PARS III: “Spiritvs Italicvs”

hesperia spiritus

“Tu non vedrai nessuna cosa al mondo maggior di Roma, maggior di Roma!”
Sulle note dell’Inno a Roma di Puccini, si apre maestoso il terzo capitolo dell’Eneide nel metallo e Roma si avvicina, annunciata dagli spiriti degli Antenati e dalla Sibilla. “Benvenuti alla consacrazione dell’Eneide del Metallo”, e chi scrive è un po’ di parte e ritiene che questo album rappresenti il picco più alto della quadrilogia per profondità tematica e musicale, senza nulla togliere al capitolo successivo che tratteremo in seguito. Dopo il pacchiano e teatrale incipit, degno della migliore tradizione tanto italiana quanto metallica, si parte con una cavalcata in cui il genere-manifesto del nostro si esplicita all’ennesima potenza: Metallo Italico, una struttura musicale radicata nella tradizione metal, specialmente negli anni ’80 sempre in modo non meramente citazionista, ma con una verve oscura, epica, se vogliamo anche pacchiana, tale a rappresentare un qualcosa di espressamente nuovo-arcaico e tipicamente italico, nel senso più profondo e vero del termine, che potremmo anche ben definire come hesperiano.
L’evoluzione musicale e tematica di Hesperia, che col cominciare di questo terzo album concepito tra il 2007 ed il 2013, anno di uscita, si trova nel bel mezzo del cammin cominciato con quella Pars I, ormai vecchia di più di un decennio, giunge qui a maturazione: gli influssi heavy metal classiche, thrash metal tecniche, epiche, progressive, classiche e pure tradizionali (nel senso di quanto possiamo conoscere della musica antica), sono sempre più unite in un unicum dotato di una sua autonomia totale dalle influenze di sottofondo. I suoni, cupi e malinconici, hanno qui aperture solari e struggenti, non rischiano più di perdersi nel rumorismo dei primi album (seppur anch’esso abbia tutto il suo senso nel suo contesto): per quanto non sia un album di immediata comprensione per orecchie pigre, una produzione molto curata rende l’ascolto meno sanguinolento; i singoli suoni sono tutti intellegibili, e sta all’ascolto ripetuto dell’ascoltatore attento e appassionato, riascoltare più volte il disco, ripetendone il viaggio concettuale, per carpirne le poliedriche trame: in ogni caso, rispetto alle precedenti esperienze vi è meno il rischio di perdersi o di spaventarsi al primo ascolto, ed una certa orecchiabilità in più è qui coltivata da Hesperus, senza sacrificare l’atmosfera che persino ne guadagna. Come l’album ha diversi livelli musicali di lettura, così è per il tema lirico. Il concept dell’album può essere ascoltato a più livelli di comprensione; un primo livello è quello di ascoltare le tracce come vere e proprie canzoni, ed una certa orecchiabilità in più ben si presta allo scopo; ne si carpisce un ottimo disco di black metal epico, sognante e tragico, dalle influenze radicate nella quarantennale storia del metal. Andando oltre, il tema dei libri VI, VII, VIII e IX dell’Eneide ben si prestano ad interpretazioni via via più profonde, osiamo dire persino “esoteriche”. Quelle che sono sette ottime canzoni ed il loro preludio sono ovviamente anche una storia, la narrazione di una parte del Poema Sacro degli Italici; oltre a tutto questo, in questa parte dell’Eneide si narra la discesa di Enea negli Inferi, l’incontro con gli Avi e lo spirito del padre defunto, e il ritrovo di una più alta motivazione ed illuminazione da parte del nostro Eroe attraverso la comprensione della vera natura delle trame del Fato che l’anno portato verso Hesperia-Italia. Il viaggio oltremondano e la lotta di Enea corrispondono dunque ad un cammino interiore di discesa nell’interiorità, ricerca del proprio principio divino, ascesi ed infine lotta sacra per l’affermazione del Vero del Buono e del Bello, in questo caso espressi dalla visione della luce di Amor-Roma nelle tenebre apparenti dell’Ade e dell’Età Oscura. Questo viaggio, questa conquista eroica, che si completa nella lotta e nella vittoria del quarto capitolo della nostra opera metal, ha anche riferimenti che vanno oltre l’arte e la musica, che possono essere solari-astrologici, alchemici, sciamanici, teologici, riferimenti che rintracciamo ovviamente già nell’Eneide virgiliana, e che il nostro Hesperus non censura né ignora nella sua trasposizione. L’intero disco altro non fa che ricordarci come da Dioniso si giunga ad Apollo, come nell’apparente oscurità, trovando Sé stessi, si ritrovi il Sole, che è quanto un genere così pesante e travolgente come il Metal dovrebbe aspirare a causare nell’ascoltatore, che dopo aver vagato tra foreste, trai mondi più oscuri popolati di fantasmi e demoni, stringendo tra le mani il Ramo d’Oro, non dovrebbe aspirare ad altro che ascendere ad una superiore condizione di esistenza, diversa e migliore rispetto a quell’ordinarietà che vediamo sempre più spesso come innaturale e sofferente. A questo dovrebbe aspirare una Musica che sia pregna di significato senza essere vuoto intellettualismo, una musica che danza costantemente tra la vetta innevata ed il baratro più oscuro, tra il divino e l’empio, tra profondità impensabili e disarmanti ingenuità. E’ forse a questo scopo che, nelle prime copie, Hesperus ha inserito un ramo dorato di solare e benefico alloro tra le pagine del libretto di Spiritvs Italicvs?

Descrivendo l’aspetto sonoro-evocativo del disco, vediamo come esso si apre con una piccola suite: al Preaeludium “Sybilla”, in cui il nostro si cimenta per la prima volta con strumenti tradizionali (flauti, cimbali, sistro…), in cui Enea incontra la Sibilla chiedendogli di guidarlo nel mondo dei morti, per conoscere cosa il Fato ha in serbo per lui e per la stirpe troiana, segue Spiritvs Patris, una lunga e complessa traccia progressiva che narra del viaggio dell’Eroe negli Inferi.
Enea, dubbioso eppure pio, chiede alla Sibilla, ninfa solare, illuminazione interiore: solo attraverso il viaggio nell’Occidente, al di sotto dell’orizzonte, il Sole interiore può rinascere a nuova vita: “Parla! Parla! Dai voce alla voce del Sole! Sole! Sole! Ora parla del Fato di Hesperia! Sibilla ora parla! Sibilla, ora svela! Sibilla, ora portami! Portami, portami, portami, portami dal Padre!” E dunque l’Italico oracolo sibillino risponde all’Eroe: “foglie che volano, foglie che parlano, foglie che parlano, foglie che volano, furore divino invade Sibilla, furore divino, furore d’Olimpo”. Colto il Ramo d’Oro, unica guida nelle tenebre, Enea si avventura presso le regioni di sogno e d’incubo dei fiumi del mondo dei morti, dove incontra vecchi amici e precedenti amori, come Didone morta suicida per amore; evitando il Tartaro, dove dimorano le anime empie, Enea raggiunge i Campi Elisi, dove dimorano le anime dei degni in attesa di reincarnarsi. Qui incontra Anchise, l’anziano padre, che rincuora Enea mostrandogli visioni del futuro: “Guarda, questo è tuo figlio, da lui nascerà la stirpe dei Re d’Alba, e là è Romolo, figlio di Marte, da lui nascerà Roma e la nostra gloria d’Olimpo! (…) Al mondo tornerà Giustizia, come ai tempi di Saturno ancora, colui che regnerà è l’Augusto, che tremare farà il Caspio e il Nilo!”.
“Questo è quello che il Padre mi disse, nel mio viaggio ai confini del mondo vivente: un regno futuro verrà da stirpe troiana, immenso Impero, il suo nome sarà Roma!”

In Nova Invocatio Musae, come Virgilio chiede nuovamente ispirazione alle Muse per poter narrare la parte più difficile da raccontare dell’epica narrazione, così fa Hesperus per poter proseguire nella sua Opera.

Il disco prosegue, con tinte che si tingono sempre più di metallo classico ed epico di scuola anni ’80, come a prefigurare l’ultimo e conclusivo capitolo adattandosi al tema narrato, nella magistrale Italica, che ci narra di come la guerra tra i popoli italici si appropinqui, voluta fortemente dalla volontà sovrumana di Giunone, nonostante re Latino ed Enea facciano di tutto per evitarla: il matrimonio promesso da Latino, discendente di Fauno e di Pico, re semidivino del Lazio, tra Enea e sua figlia Lavinia viene contestato dal principe Turno dei Rutuli, che raduna una vasta torma di alleati, motivati a scacciare i Troiani dalla terra in cui hanno da poco fatto ritorno. Nonostante le influenze siano maggiormente affini alla forma canzone, il tutto non perde la sua teatralità: il pezzo si sviluppa come una suite di 5 scaenae, attraverso le quali i temi musicali si inseguono l’un l’altro riproponendosi come nella migliore tradizione classica ed operistica, per realizzare una sorta di opera nell’opera, un manifesto di Italicità che nulla ha da invidiare, anzi, ad analoghe rappresentazioni di orgoglio etno-storico apparse nella lunga storia del metal. Chi ha amato le calvacate vikinghe dei Bathory, le rappresentazioni profonde dell’anima slava delle migliori band delle scene russa, ucraina e polacca, non disdegni Italica ed in generale Spiritus Italicus, in cui si manifesta la consacrazione definitiva di un “pagan metal” realmente e concretamente italico tanto nella musica quanto nelle tematiche.

Dopo un Interludium, in cui udiamo un piccolo cameo vocale di Porz dei Malnàtt, si sviluppa l’epicissima (ed un po’ tamarra) Spiritus Italicus I, in cui assieme alle voci degli antichi Avi nostri possiamo sentire quelle dei moderni alfieri della Scena Italica (Mancan, Namter, Fervs dei Morkal, Abibial degli Imago Mortis…): nei boschi Enea raggiunge, su consiglio del Genio del Padre Tevere, i luoghi della Roma prima di Roma, popolati dagli Arcadi di Evandro, e da “fauni e ninfe, e uomini nati da querce, (…) finché venne Saturno Re e diede loro Leggi e Riti”. “Questo era l’Inizio, questa era l’Età dell’Oro”.
Solo riconnettendosi allo spirito originario della regalità saturnia, ed ai Genii Loci dei luoghi dove esso maggiormente si incarna, Enea può sperare di vincere la Guerra Italica, ed assurgere a guida della confederazione dei Popoli di Hesperia. L’epicità e la maestosità della canzone è difficile da descrivere a parole: è la quadratura del cerchio, in cui tutti i messaggi più positivi veicolati dalla musica metal trovano finalmente la loro armonia, tutti assieme coerentemente, e soprattutto si riallacciano alla Tradizione (non stiamo esagerando!). “Marciano guerrieri, partono Eroi, alla loro testa Enea troiano; pregano, marciano, marciano con loro anche gli Dei!”

Ancora più maestosa, forse, è Spiritus Italicus II, basata sulle prime battaglie descritte nel libro IX da Virgilio, in cui i Rutuli tentano di scacciare i Troiani attaccandoli tempestivamente. Musicalmente parlando il meglio del “metal pagano” (come i Bathory) si sposa con la musica progressiva, con la tradizione italiana (anche e soprattutto operistica e classico-romantica, anche se in modo “subliminale”), con colossi del metal epico come Manowar e Virgin Steele. Particolarmente trascinante, epico e toccante, è il Gran Finale, la seconda parte della suite interna al pezzo: “Sotto il cielo d’Occidente, ferro e fuoco per la Gloria; sulla terra di Saturno, eroi troiani contro Turno”; “ed io canto ancor le loro gesta e lo Spirito e tu che ascolti il poema sacro agli Dei rivivi lo Spirito Italico!”
Il viaggio si conclude poi nel Postludium, dal “nome segreto” ‘Ad Romam’, e dal segreto nel segreto…

Raccomandiamo a tutti i nostri Amici lettori di acquistare una copia originale del disco, dove il nostro, nel curatissimo libretto in lingua italiana, latina ed inglese, ci illustra dettagliatamente tutte le influenze culturali e musicali, nonché i livelli di lettura, almeno tre, dell’album. Un opera del genere, così connessa allo spirito hesperiano DEVE essere supportata attivamente, non soltanto tramite le chiacchiere o un ascolto superficiale… che vi sembri pure esagerato o roboante, ma noi pensiamo di trovarci di fronte a quelli che saranno capisaldi dell’arte identitaria Italica. Spiritus Italicus, dello stesso valore di precedenti capisaldi musicali europei in cui Metal ed Identità si fondono, è un prezioso antidoto, interiore più che meramente estetico, alle crisi di inferiorità che ancora colgono tanti Italici, del nord come del sud, in materia di musica epica, folkloristica e “pagana”. A parole tutti vorrebbero emanciparsi dalla sudditanza di un nord-Europa (o Est, a seconda delle mode) che ha tutta la sua importanza e magia evocativa, ma del quale nulla abbiamo da invidiare… piaccia o no, Hesperia ci riesce, e riesce a far emergere questo orgoglio patrio anche in voi ascoltatori: un orgoglio profondo, spirituale, lontano dalle fanfare e dai simboli del nazionalismo moderno, che pur goliardicamente vengono utilizzati nella copertina alludendo piuttosto alle loro radici profondamente in contrasto con la modernità… un orgoglio hesperiano, che non possiamo di certo non apprezzare e rifare nostro, ancora una volta.

PARS IV: “Metallum Italicum”

2-Hesperus-scena-italica-crypt-Recanati

Abbiamo quindi l’onore, sulle pagine di Arya come su quelle del nostro blog, di recensire l’ultima fatica di Hesperia, Metallum Italicum, quarto ed ultimo atto di Aeneidos Metalli Apotheosis, l’Eneide narrata attraverso le formule espressive dell’heavy metal.
E’ al Metal, a tutto il Metal, genere musicale ormai quarantennale, che questo splendido disco rivolge gli aspetti più propriamente tecnici e quelli propri di un manifesto artistico-subculturale: è il Metal, italianizzato in Metallo, che deve completare la sua trasmutazione alchemica da piombo in oro, prendendo il meglio da ogni fase trasmutatoria… l’oscurità del piombo iniziale, la romantica duttilità del rame, la leggerezza espressiva del mercurio, la potenza dell’acciaio forgiato, fino all’argento e verso l’oro spirituale della reintegrazione, della sintesi ciclicamente progressiva, trascendente e triadica di moderno-antimoderno-Tradizionale. Per farsi completo e ‘tradizionale’, il Metallo deve essere anche Italico, centrato e radicato in una identità triadica di sangue-suolo-spirito, tranciante i legami con una mera situazione di rabbia e degrado anti-moderno sì, ma fin troppo inserita nella anti- cosmologia della Modernità. A questo ci guida il buon Hesperus, cantando di epiche battaglie e del Fato ultimo delle stirpi di Hesperia, destinate a fondersi in un Ente superiore, trascendente e pre-esistente, atto ad incarnare il principio di Ordine nella più oscura delle Ere dell’Uomo. Ovviamente, essendo noi italici, non manca il nostro di istrionica e sardonica autoironia satirica e teatrale, atta a confermare, piuttosto che smitizzare, l’elevatezza dei temi trattati attraverso il cliché e la maschera.
Rispetto ai tre dischi predecessori, osserviamo qui una ulteriore chiarificazione del suono, una ulteriore pulizia a livello di produzione, che rimane comunque calda e vecchio stile: come “pulizia” non intendiamo i suoni plastificati tanto di moda oggi, ma un lavoro poderoso sui suoni, in modo che pesantezza e complessità non vengano inficiati da una mancanza di intelligibilità delle trame sonore più sotterranee. Il genere, se ha senso parlare di esso a proposito di Hesperia, continua la sua probabilmente voluta trasformazione già cominciata negli altri album, in particolare il precedente Spiritus Italicus, uscito a malapena un anno prima di quest’ultima opera: le influenze classiche ed epiche del metal anni ’80 riemergono inarrestabili; parliamo di altri grandi che già narrarono l’epica indo-europea e aryo-mediterranea con la loro musica, come i migliori Manowar e Virgin Steele, ma anche influenze più recondite, maggiormente legate alla nuova ondata del metal britannico dei primi anni del magico decennio. L’atto finale della quadratura del Metallo non può non passare per un ritorno all’origine, non senza passare per quelle che erano influenze già all’epoca: musica classica romantica e barocca, folk, hard rock, rock progressivo, eccetera, che vengono qui rivitalizzate all’interno dell’Idea di Italicità, che forse ha molto più a che vedere con queste forme artistiche rispetto
ad altri lidi etnico-geografici.
Come sempre, il disco ha vari livelli di lettura: può essere ascoltato come una serie di canzoni, slegate l’una dall’altra, forse in modo ancora più semplice rispetto ai precedenti lavori, o come un album concettuale in cui il tema epico- mitico ben si sposa al messaggio-manifesto rivolto a noi contemporanei, ossia la guerra ai superbi, agli esterofili, ai falsi ed autoproclamati “imperatori” di oggi, per la rinascita di Hesperia e dell’Età Aurea Italica attraverso le Arti.
Si parla solo di antichi miti e di musica? A voi la risposta.

Dal consueto Praeludium, di natura orchestrale e pomposissimo, qui a citare lecolonne sonore del genere peplvm, oltre che riprendere ancora una volta il tema pucciniano dei Ludi Secolari, si passa a De Bello Italico I, nascente da elementi folk-identitari e rituali, si sviluppa come cavalcata heavy e finisce in un gran trionfo di black metal pagano, sfumando direttamente nella Pars II; quest’ultima, comprendente le ultime due scene della suite, rappresenta un qualcosa che forse non è mai stato sentito da orecchio alcuno: le influenze provengono anche dal rock anni ’80, dall’AOR, dall’heavy classico, dall’epicità classica, per poi ritornare ai consueti lidi estremi, il tutto in modo assolutamente “identitario”, coerente, senza risultare artefatto. Bellissimo il testo, trascinante, che non può non accendere un Fuoco nell’ascoltatore che ami sé stesso e la propria Terra, e che non può non farci pensare all’oggi. Parte con lo sconforto apparente di Enea che afferma “Dietro di me, solo rovine. (…) Grida lontane, suoni di guerra (…), guardo nel vuoto con la stretta nel cuore, ricordi sbiaditi di una guerra passata”, ma poi, la visione divina rivelata dal padre Anchise e dalla Sibilla si fa forza, assieme alla Pietas dell’Eroe, che affronta con profondo senso di dovere e rispetto per il Divino ogni avversità: “di fronte a me, un nuovo Impero, guardo laggiù, guardo laggiù… un nuovo Impero!”
Et “ab hoc bello nascetur Roma”

Prosegue nell’Interludium, arricchito dalla voce di Mario di Donato dei leggendari The Black, la nostra narrazione: Turno è distratto da illusioni provenienti dagli Dei, e Mezenzio, tiranno etrusco odiato dalla sua gente, viene ucciso da Enea, assieme al figlio Lauso.
Si scatenano dunque le danze con Metallum Italicum I, in cui le spoglie di Mezenzio vengono offerte a Marte e vengono onorati i caduti. Epicità pura: hard rock identitario (particolarmente belle le tastiere, semplici e di sapore ’80s), heavy metal, black metal pagano si sposano alla perfezione, in quello che diventa di fatto un vero e proprio Inno dei Guerrieri Italici:“Giuro che vincerò!” ripete il coro, e cliché contemporanei e primordiale arcaicità tornano una cosa sola, i primi elevati dalla seconda.
“Invincibili, nessuno può nulla contro di noi! Gli Dei ci proteggono, Stirpe del Fato, Guerrieri Supremi… Roma verrà!” “Per gli Dei, per la Patria, giuro che vincero, giuro che vincerò, giù-rock e VINCERO’!” “Tamarro?” SI’!
Trovatemi qualcosa di altrettanto mobilitante, puro, elevato nel piattume odierno, dal finto cattivismo disadattato ai buonismi depressoidi striscianti, che avrebbero dovuto essere tenuti fuori dalla Scena, trovatemi qualcosa di analogo, che sia allo stesso tempo Italico, nel delirio esterofilo e nel poseraggio (perdonate l’anglicismo!) che fanno stagnare l’ambiente musicale, sommergendo i nomi di valore, che esistono, tramite la pura massa amorfa, spacciata per “ribelle”!

Proseguiamo il nostro viaggio negli eventi finali dell’Eneide, con Metallum Italicum II, che si apre con con un toccante pezzo di natura operistica composto dal nostro, cantato dal tenore Christian Bartolaccio, nel pieno della tradizione nazionale. Siamo ai livelli di epicità dei migliori Bathory, dei migliori Manowar (che pure, per via delle loro origini italiane, hanno già giocato con l’Opera), eppure la maturazione musicale e culturale è indubbiamente a favore del nostro, senza offesa alcuna per i mostri sacri del passato. Nella scena VIII, preludio al duello tra Enea e Turno, difeso ormai soltanto dalla vergine guerriera Camilla, il latino Drance ci narra che “Enea è l’Eroe, Enea è il guerriero prescelto dal Fato per il trono d’Hespero, perla Stirpe gloriosa di un Impero invincibile; folle re Turno e senza speranza, causa della guerra e del sangue che è in terra, il sangue ora ferma e la guerra che avanza, Enea solo affronta in duello senz’onta”. Il tutto sfuma poi nella scena IX in cui Camilla si frappone tra Turno ed Enea, in una cavalcata di Metallo Italico, che qui vede incarnarsi da manifesto a coerente esecuzione: “Metallo Italico, risuona in battaglia, Metallo Italico che brilla, che taglia, che và!”, di ottima scuola gli assoli, lunghi e curati come non mai in un disco che rimane comunque ancora parzialmente legato ad un suono “estremo”. Non vedano i (finti) puristi un ammorbidimento nell’anima musicale del nostro, per via di queste radici antiche che come fiume carsico riemergono: ci spieghino piuttosto cosa ci sia di realmente “pesante”, di realmente “estremo” e, sinceramente, cosa ci sia di realmente profondo nella ripetizione pedissequa di cliché norvegesi ormai irrisi, definiti “spastici e deboli” (ovviamente, quando decontestualizzati e banalizzati!) dai loro stessi “inventori”, stanchi di folle di artigianali imitatori, per giunta esterofili, e di zanzare parassite di gloria riflessa.
L’anima “folk” o meglio arcaico-hesperide di Hesperia si esprime ancora nella settima traccia, l’Interludium intitolato Ave Hesperia. Da esso scaturisce l’autentico trionfo del disco, Hesperia, diviso in tre scene: nella prima vediamo il giuramento sacro tra i due duellanti, che esprime la religiosità giuridica e il profondo rispetto degli Italici per ogni aspetto del Sacro, ivi compresa la Guerra ed il Nemico stesso qualora egli stesso rispetti quei Patti; nella seconda scena, la vittoria prima ancora che manifesta, è evocata sul piano divino dal giuramento di Enea, che viene accolto da Giove e dagli Dei: “fiero lo sguardo al cielo, fuoco che brucia nel cuore, il trono d’Hesperia è vicino (…), Terra dove arriva il Sole, terra promessa dagli Dei, Hesperia il trono è vicino… Hesperia è Gloria, Hesperia è Vittoria! Sangue e Suolo di una Stirpe Invincibile!”
Nella Scaena XII “la nascita della Stirpe Romana”, Giove ordina a Giunone di lasciarsi dietro la sua inimicizia verso i Troiani: Ilio è ormai distrutta, e mai più ritornerà. “Lascia pure che il loro Nome cada per sempre… la stirpe troiana unita ai Latini: una nuova stirpe detta Romana.”
Giungiamo dunque alla conclusione “e tu che ascolti, il Poema sacro agli Dei giunge al termine… lo scontro finale, si chiude ora, qui!”
Dopo una lunga solistica e strumentale, chiamata Hesperias Triumphator, in cui il nostro riprende il genitivo arcaico-latino dimostrando di saper scherzare in modo raffinato con gli anglicismi del genere, arriviamo dunque ad Apotheosis: Roma Incipit, teatrale come non mai, in cui il trionfo di Enea su Turno viene celebrato dalla voce narrante, santificando col sangue il ritorno dei troiani nella patria natia, l’alleanza con i Latini e l’inizio di un nuovo ciclo di civiltà.

Il viaggio del Tiranno del Metallo Italico ora prosegue, attraverso il Cancello Temporale, diretto verso altre, nuove, Ere Hesperiane. Attendendo il nuovo Ciclo, e prendete da questa affermazione quello che volete carpire, non possiamo far altro che procedere nella stessa direzione, ascoltando e cantando gli inni di una Identità profonda che rifiorisce in Flora, si reinnamora di Sé attraverso Venere, ed in Marte trionfa, come ora per sempre!

Fedrìgh Bèli

P.S.
Per contattare l’autore: http://www.hesperianlands.tk

ORDE HESPERIANE:
Questa rubrica, di contenuto variabile, ospita prima di tutto i contatti che manteniamo con quegli artisti, labels e distribuzioni che hanno a cuore tematiche religiose e culturali compatibili alle nostre. A questo può aggiungersi, di uscita in uscita, un piccolo calendario di eventi ed occasionalmente una qualche recensione a proposito di dischi, concerti, fenomeni sociali collegati alla Musica che ci colpisce, ci prende, ci trascina.. Essendo molteplici e disparati gli argomenti di cui Arya si occupa, non sempre avremo il tempo necessario a curare questa rubrica in modo completo, e di tanto in tanto si esaurirà ad una mera pagina di contatti e indirizzi. Invitiamo i nostri Amici, in particolare gli Artisti, a comunicarci direttamente le date dei concerti che gli interessano e che possono interessarci alla luce delle nostre attività, a fornirci presentazioni dei propri lavori, a concordare con noi recensioni o interviste; supportare chi mantiene viva la Fiamma della Tradizione Italica ed Europea è per noi un Onore ed un piacere! AMBRONES!

Gli Esploratori Hesperiani supportano l’attività culturale e musicale della ‘Scaena Italica’.
http://www.scena-italica.org

Gli Esploratori Hesperiani supportano la “Civiltà Hesperiana” e la sua pubblicazione “Europae”.
http://www.hesperiana.org

Gli Esploratori supportano “al Chiú Dij Mórt”, distribuzione e produzione metal e folk di area pagana ed identitaria, a sfondo padano-appenninico ed italico.

Il punto di ogni analisi tradizionale dei fenomeni di rivolgimento storico non sta nell’individuare il marcio insito nel mondo precedente al fenomeno rivoluzionario in questione, sovente evocato quale alibi, ma nel valutare la valanga di putredine e vermi che scaturisce dal mondo successivo; un compito ingrato di cui ci si sta incominciando a dimenticare fin troppo spesso, non solo in quegli ambienti umani che pur si nutrirono di pane e di vero o presunto “tradizionalismo” bensì in tutti gli aggregati politico-sociali contemporanei dotati di un minimo di cultura e capacità di analisi, preferendo piuttosto individuare UN “nemico”, spesso morto e sepolto, ed assolvere fino all’inverosimile ogni misfatto di chi, a questo Ur-nemico atavico, si è storicamente contrapposto.

In questo, si nota una progressiva degenerazione dell’immaginario verso toni crepuscolari i quali, come raccomandò anche Evola nei suoi scritti specie post-bellici, non riuscendogli mai del tutto in prima persona essendo egli stesso ancora inficiato da qualche lascito di vecchio conservatorismo aristocratico, non devono farci indulgere nel nostalgismo nei confronti dello stato di putrefazione precedente, ma semmai spingerci ad un rivolgimento totale, ad un futuro radioso per sua natura eternamente simile al prisco passato mitico ed immemoriale, il quale sussiste eternamente come fonte purissima a cui attingere per cambiare la nostra realtà interiore, e per riflesso anche l’esteriorità che ci circonda. Ad ogni sensazione crepuscolare, dalla naturale malinconia romantica, persino rigenerante per l’anima se inscenata nei confini codificati dell’Arte come ben sapevano i nostri Avi, fino agli “atavismi del crepuscolo” evocati dal regime ipnotico vigente, bisogna contrapporre, o perlomeno sempre preferire quando si palesa una scelta, la potenza dell’Aurora, di un alba radiosa.

Ogni rivolgimento sociale, politico e religioso, naturale quanto i vermi o i corvi che fanno piazza pulita di una carcassa mezza marcia, oppure indotto da forze di varia natura, può rappresentare per un attimo una ventata d’aria fresca o uno spiraglio in cui cercare di aprire una finestra che schiarisca le tenebre: esistono Geni “specializzati” in questo, che possono “sporcarsi le mani” e fare quello che gli Dei non solo non fanno, ma che non potrebbero mai fare per loro stessa natura. Etnarchi, Potenze di Stirpe che, per pura legge di causa e di effetto, possono incarnarsi nei momenti e nelle forme più impensabili, condizionando persino le persone più distanti da qualsiasi permeabilità razionale verso il Sacro e verso una idea divina e non animalistico-laicale di Patria.

Inevitabilmente, però, il sommovimento, l’idea “nuova”, se non si abbevera di Eterno, lascia il passo all’invecchiamento, al rigor mortis e, se continua a propagarsi cambiando di forma, nella Storia, altro non può divenire che una persistenza psichica, una traccia astrale nell’Anima del Mondo; volendo semplificare, un fantasma; a quel punto la si può onorare, sotto forma dei Mani di un Antenato che ha compiuto il suo trascorso terreno, nei modi e nei tempi ritualmente stabiliti (ricorrenze scelte nei periodi più adatti, celebrazioni storico-sacrali, ecc.), aiutando quelle parti che furono state vicine all’Aurora ad emergere dal mortifero guscio come farfalle da una crisalide, per poi ascendere al rango di Lari, figure eroiche e semi-impersonali per loro caratteristica mondate dai cascami dell’io anagrafico. La seconda opzione, favorita da chi non controlla la sua psiche, o peggio è indotto da parte di eggregori psichici (sette, chiese, governi, partiti, gruppuscoli o anche molto di peggio), è quella di evocare continuamente tali memorie sotto forma di vere e proprie larve psichiche (il guscio, svuotato, della sopracitata crisalide di farfalla), di condizionamenti slegati, o veri e propri Lemuri (frammenti d’anima insoddisfatta, fantasmi) facendo leva sull’empatia (assolutamente naturale, ma che può deviare verso lo psicopatologico) verso chi, per quelle idee, è stato magari ammazzato, stuprato, trucidato e via dicendo. Così nascono antifascismi in assenza di fascismo, ghibellinismi in assenza di guelfi, giacobinismi in assenza del Re di Francia e così via… vere e proprie tracce psichiche di idee invecchiate e, naturalmente, morte assieme a chi le manifestò, evocate in modo non troppo diverso dalle larve e dagli spiriti con cui si gioca durante le sedute spiritiche, ossia coinvolgendo le emozioni: curiosità, potere, rabbia, paura ma anche empatia, simpatia, amore, voglia di fare del bene, ricordi…

Nella nostra tradizione i morti sono sacri, sono veri e propri Dei minori, ma si onorano nel tempo e nei modi prescritti: eccedere significa aprire la porta a gusci vuoti che dei nostri cari defunti hanno solo la parvenza, mossi in realtà da pura determinazione vampirica, o al peggio, da Enti avversi. A queste forze negative, generate dall’insoddisfazione, da una Psiche non del tutto liberata al momento della morte, magari avvenuta in gioventù o a causa di profonde sofferenze interiori prima che esteriori, il Romano-Italico, come i popoli coevi del ceppo Europeo, si rapporta in modo pio, ma fermo. Che siano frammenti d’anima insoddisfatta e non ancora ricongiunta al Fuoco della Stirpe e della Salvezza (familiare e pubblica, mai del tutto “individuale”, presupponendo l’inconsistenza dell’ “Io Anagrafico” nei confronti dell’ “Io Storico”) o veri e propri spiriti maligni addobbati di sembianze simil-paterne, il Romano getta loro fave nere e prega affinché la Stirpe sia redenta da ogni contaminazione; con il suono del sacro bronzo li allontana, senza disprezzo, poiché alla fine di Febbraio, Maggio, Agosto e ad Ottobre-Novembre onorerà con i dovuti Riti i suoi defunti, i suoi buoni Mani, che per Legge possono interagire con i vivi in sogno e per vincolo di Sangue, ma non scorrazzare in libera promiscuità con i viventi, mossi da correnti caotiche e disordinate, naturali\stagionali come anche evocate da “maghi neri” e “controiniziati”, non certo dalle loro forze. Un culto diverso, sempre onorato, è quello dell’offerta di Fuochi perenni, familiari, gentilizi come pure pubblici, alla dimensione dei Lari, la corrente ‘alta’, spirituale e purificata della Stirpe: una Potenza pura, ignea, immemoriale, senza età.

“Belli, Fiorenti, Sempre Giovani”, si dice dei Lari, come dei Sidhe della tradizione gaelica, degli Elfi della tradizione germanica, degli Eroi… Di questo in particolare abbisogna questo mondo deprivato del Sacro, intrappolato in una necropoli di ideologie profane, di scheletri di figure storiche, di scimmiottamenti dell’Impero condotti anche in ottima fede ma conclusi con la morte fisica dei loro fondatori, da cui corpi morti il Genio che eventualmente li ha ispirati se ne va inesorabilmente, non trattenuto da niente che sia con-forme al Sacro e al Rito. Del trattenere nel mondo i Geni che, per Legge di Simpatia Universale, sono stati assegnati alla nostra Stirpe e del fertilizzare la materia altrimenti semi-inerte con la Magia che da Essi scaturisce, non di “nuove idee”, destinate a puzzare di carogna nell’arco di una o poche generazioni, ha bisogno la nostra Italia-Hesperia e la Civiltà Europea tutta. Con questo pensiero nel cuore, gettiamo fave nere ai Lemuri di chi, all’interno della Stirpe ha sofferto, o fatto soffrire, morendo insoddisfatto e portiamo rose fresche ai nostri cari defunti che hanno vissuto con semplicità i loro limiti e i loro pregi assegnati loro dal Fato.

All’indomani, però, rinfocoliamo il Fuoco dell’ Eterna Aurora, e sacrifichiamo noi stessi alla sua Luce, affinché nel nostro mondo rinasca il Sole. Un Sole che è lo stesso del giorno prima eppure sempre nuovo e che non ammette lacrime per ogni volta che può essere apparentemente morto, solo per poi rinascere sempre in un coro di voci divine.

lupa

Di ritorno dal nostro viaggio che ci ha portati dai monti del Frignano verso Roma, passando per i colli ricchi d’acqua di Bologna, per le Balze del Fumaiolo dove nasce giovane e già impetuoso il Tevere e per l’Umbria gentile attraversata dal sempre fiorente Clitunno, vi auguriamo il meglio per l’Anno Romano 2768 a.U.c, iniziato con i venti impavidi di Marzo ed ora coronato dalla rinascita dell’Urbe e dalle feste della pastorale Pales.

Già si prefigurano le Nonae del mese lunare di Aprile, e la Madre degli Dei già arride alle terre protette dal suo sguardo benevolo; vicino è già il fasto dì di mezzaluna crescente che annuncia il Natale dei Dioscuri.

Aspettando il rifiorire eterno di Hesperia, incarnato dalle feste di Flora, e la luminosa esaltazione dei fuochi di Belenos e Sirona nelle Gallie, auguriamo ai nostri Amici e Sodali una serena, luminosa e proficua stagione primaverile nel solco della nostra tradizione avita.

AMBRONES!

Morgan,_Evelyn_de_-_Flora_-_1894

LUGLIO

Un nuovo anno è finalmente cominciato, e con l’avvicinarsi delle feste dei Palilia, di quel 21 Aprile anche Giorno Natale di Roma, siamo lieti di annunciarvi l’undicesimo numero di Arya, nostra rivista ufficiale.

Come ogni anno, l’inizio della stagione primaverile e dell’Anno Religioso alle Calende di Marzo, non possono che riportarci alla mente l’Anno Uno in cui la nostra Tradizione, oltre che Italica ed immemoriale, si fece compiutamente anche Romana: l’anno in cui, 2768 anni fa Re Romolo fondò Roma. Anno Uno, e non banalmente “primo anno”, perché quella che potrebbe sembrare la fondazione di un insediamento italico-indoeuropeo trai tanti, fu piuttosto la riconnessione del nostro ciclo storico discendente con il momento eterno ed a-temporale della Divina Emanazione dal Centro: il Divino si incarnò nuovamente nella Storia, tramite le azioni di Romolo, Quirino fatto uomo, figlio di Marte e di tutti gli uomini della sua stirpe, fisica o spirituale, che continuarono con abnegazione e spirito di sacrificio a compierne le gesta luminose in un mondo che, al contrario, si faceva sempre più oscuro; uomini che, nella maggior parte dei casi, non hanno lasciato dietro di se nemmeno il loro nome, a beneficio del Nume di Roma, eretto a difesa e centro sempiterno della Italica Madre Terra e dell’Europa madre di popoli.

E’ indubbio come ancora oggi, in un mondo precipitato in una dimensione a-mitica ed a-spirituale, dove la superstizione rappresenta gran parte della spiritualità per l’appunto “superstite”, Roma sia essenzialmente un Mito: come tutti i Miti essa è rivelatrice di Verità per chi ha mente sgombra e cuore puro, e sorgente di infinite fantasie, belle e brutte, per chi invece si ferma alla superficie. Non vi tedieremo ulteriormente a proposito di come, in cattiva o buona fede, Roma sia di volta in volta eletta a presunta antenata delle ideologie e delle estetiche più improbabilmente lontane dalle sue prische origini: modernismo, imperialismo occidentalista, edonismo, neo-fascismi caricaturali, innumerevoli “nuove Rome” evocate attraverso decine di teorie contrastanti.
E’ normale ed inevitabile, come Venere ispirava ingenui e licenziosi versi di poeti ellenizzanti, come si finì per credere (in epoca relativamente recente) che davvero Giove fosse una sorta di buffo donnaiolo che dimorerebbe su una nuvola, che anche il Mito di Roma abbia tutta la sua serie di deviazioni, poeticamente romantiche quanto aride e deprecabili, da ignorare o da combattere.

E’ piuttosto altro che ci preoccupa: immaginate che Roma sia un Sole che irradi tutte le nostre Terre italico-hesperiane ed europee, e che qualcuno voglia coprirlo con una cappa scura. Per proteggerlo? Per rubarlo? Lasciamo a voi il giudizio su qualcosa che è sempre stato fatto, non in ultimo dai primari responsabili della grande ascesa dell’ateismo e della superstizione negli ultimi secoli di S.P.Q.R. Il furto del Sole, che non si spegne, che continua ad ardere, che brucia teli su teli, che i vecchi e i nuovi ladri devono continuamente cambiare, talvolta bruciandosi le lunghe vesti, è oramai storia antica.
Recentemente osserviamo il riemergere, in chiave strumentale, di una delle più pericolose teorie fanta-mitologiche a proposito di Roma, vale a dire tutto quell’insieme di visioni pseudo-esoteriche, occultistiche, fantasiose, massoniche e para-massoniche secondo cui l’Urbe Eterna e lo spazio da essa regolato, specie nella sua fase imperiale, altro non fosse che un bellissimo e vuoto contenitore di mai esistito marmo bianco, volto a contenere tutto meno che la Tradizione Italica che ha generato Roma quale sua prosecuzione e difesa dall’Età del Ferro: idee pericolose, perché ammantate di misticismo, occultismo, autoreferenziali patacche iniziatiche che di certo non possono risalire a prima del 18°\19° secolo, fideismo e dogmatismo. Idee che vedono Roma come assolutamente disgiunta dalle sue radici storiche Etrusche, Italiche ed Indoeuropee (rispetto alle quali è comunque qualcosa di diverso, di nuovo-antico), radici che vengono persino dileggiate o sminuite: Roma è vista invece per quello che fu la sua periferia, o meglio per quello che esprimeva le più varie spiritualità, misteriche, religiose o superstiziose che fossero, diffuse nei territori che Roma amministrò storicamente; un Egitto spesso più immaginario che reale, una Caldea dai confini e dalla lingua che sfuggono ad ogni serio confronto con l’accademia, druidi reinventati nel 1700, nonché tutti gli sviluppi esoterici medievali e rinascimentali, spesso mitizzati e poco conosciuti. Roma vista, quindi, come null’altro che quella forza un po’ rozza e contadina (si noti come il termine “pagano” sia largamente utilizzato all’interno dei discorsi di chi ripropone strumentalmente tutto questo vecchiume), ed un pochino quella brava amministratrice di leggi (intese modernamente), vittoriosa per calcolo strategico ed infaticabile costruttrice di strade ed acquedotti e bonificatrice di paludi. Non a caso tutta questa mitologia spopola presso chi pensa che il bonificare paludi e il costruire opere pubbliche renda una particolare fase storica delle nostre terre, che nessuno qui sterilmente depreca, degna erede di Roma!

Non ci vogliamo certo scagliare, come peraltro precisato nell’incipit, contro immaginari fantasiosi a proposito di Roma, che quando verifichiamo essere negativi semplicemente combattiamo senza odio o disprezzo alcuni.
Lungi da noi criticare la lontananza di un Dante, di un Cornelio Agrippa, di un Giordano Bruno, dallo spirito di una Roma prisca della quale l’oscurarsi visibile gli rendeva forse difficile capirne l’Essenza… anzi! L’Amore per Roma ispirò il Rinascimento esoterico, artistico e poetico, come prima aveva ispirato Trovatori e Fedeli d’Amore! L’amore romantico per qualcosa che era creduto in buona parte perduto, perlomeno per il momento. Di diversa pasta, secondo noi, è già l’arroganza titanista dell’occultismo recente nei confronti dell’Idea Romana, vista come un mero contenitore di Misteri più immaginati che reali, visti attraverso la lente di una impostazione massonicheggiante, confondendo le Divine Iniziazioni che risvegliano la Mente (Proclo) con fumisterie magistiche tutte moderne (o meglio, considerate deprecabile superstizione nell’Antichità), volte alla (opinabile) salvezza individuale del singolo o di piccoli gruppi di fortunati. Roma come muro di scudi legionari, mura possenti, leggi sicure, giustizia, vittoria a solo uso e consumo di una manciata di “iniziati” mai esistiti per come costoro li immaginano: persone irreligiose, che irridono la Religione tradizionale, che disprezzano i Riti e non li onorano, che si sentono superiori ed estranei al popolo e alle sue leggi. Ma nemmeno vogliamo scagliarci contro chi in passato, nella sua opera di ri-centratura, cadde vittima di distrazioni in parte causate dalla mancanza di conoscenza effettiva e di umiltà nei confronti degli Avi e degli Dei. E’ contro chi oggi continua, alla luce di quanto riemerse e riemerge sempre più forte, rifiorente in seno a Flora, ad agitare il recente passato con le sue teorie ben poco religiose, contro l’antichità degli Avi stessa e contro la stessa idea che vede rinascere l’Italia odierna nel solco dei suoi antenati italico-indoeuropei prima di tutto, per essere poi scaldata e rifecondata dall’Eterno Sole di Roma, che noi non possiamo far altro che opporci: chi in nome di egotici personalismi ed eruditi collezionismi di idee altrui non fa che irridere la verità per cui la nostra Tradizione vive, pulsa, rifiorisce, e ad essa ci si possa riavvicinare, ri-centrandosi. Parlano di “devozionalismi religiosi inutili nel Kali Yuga”, parlando senza conoscere la tradizione indiana che citano e la cronologia dei tempi appartenenti a tale Ciclo secondo i nostri parenti d’Oriente. Roma stessa nacque in pieno Kali Yuga, se ha senso mescolare senza riguardo la cronologia sacra di due tradizioni congiunte, eppur diverse. In piena Età del Ferro, per usare i nostri riferimenti di Tempo Sacro, la Roma di Romolo si rimanifesta, su di un sito per altro già sacro, dove è logico intuire che altre “Rome prima di Roma” si manifestarono in passato. Contro i cosiddetti “pagani” costoro parlano di irriducibile diversità tra il pensiero religioso, volto al controllo delle masse e a soddisfare ingenue credenze popolari, ed un “pensiero iniziatico”, volto unicamente alla salvezza del singolo. Sfugge a costoro quanto l’iniziazione misterica renda al contrario ancora più lucida la religiosità di un Platone, di un Proclo, un Giuliano Imperatore e più salda la Fides di un Varrone e di un Macrobio? Non crediamo. Se è vero che i moderni cercano di vedere sé stessi negli antichi, reputiamo sia impossibile, per chi afferma tutto questo, ignorare dati di fatto noti a chiunque sia un minimo istruito su quanto i nostri Avi ci hanno lasciato di scritto. Non sappiamo perché tutto questo, e altro, venga ripetuto come una sorta di “mantra della disperazione”. Non sappiamo perché una parte di quel mondo “tradizionalista”, invece di consigliare, appoggiare o anche solo ignorare la rinascita dei Fuochi Sacri nella visibilità e nella materialità delle odierne Europa ed Italia, vada invece a scagliarsi contro chiunque osi ri-conoscersi nella Tradizione dei Padri. Alcuni probabilmente agiscono in totale buona fede… la loro “fede”, ossia una neo-religione creata al tavolino dalle idee di pensatori del secolo appena trascorso; altri esprimono, anch’essi in totale onestà con loro stessi, la propria appartenenza a famiglie Geniali diverse da quella Italico-Romana. Alcuni fanno la mosca cocchiera, convinti che ad agitare le idee altrui si possa venire finalmente considerati. Tutto ciò fa parte di ciò che è ‘normale’.
Infine, probabilmente esiste, anche se ci piacerebbe che non fosse così, chi nella sua hybris è realmente convinto di poter piegare Geni, Dei e Tradizioni ai suoi capricci, e di poter rubare il Sole nascondendolo sotto la tela di un prestigiatore.
Quando Roma fu fondata, fu dotata di un Limes invalicabile con la forza: la sua prima vittima fu Remo, fratello gemello del fondatore Romolo. Qualcuno ci dice che scavalcò il pomerio per ignoranza e buona fede, altri ci narrano che lo fece per invidia ed arroganza: in ogni caso tutti concordano sul fatto che Remo morì per aver scavalcato, armato, il Confine, il Limite, e che suo fratello lo pianse amaramente. La sua morte è la garanzia che la Legge, se augurata e con Giove Ius-Pater come garanzia divina, è certa. Il Sole non può essere rubato, non c’è feticcio che possa imitarlo e non c’è straccio o palandrana che possano annebbiarlo in eterno.

Roma Renovata Resurgat!

Ottobre luna111

Il peggio Tartaro profondo, l'”inferno dantesco” della letteratura, se vogliamo, cono d’ombra creato dall’Idea del Non-Essere, esiste anche nella nostra Tradizione, e non è certo identificabile con questa nostra Terra, con la Materia, che per quanto densa e “bruttina”, è comunque immagine e somiglianza del Divino, retta ed ordinata dal Demiurgo (che non è il Supremo, e quindi può “sbagliare”), animata da un’Anima, vegliata dagli Dei sensibili e dagli Arconti celesti, tutta pervasa di Geni e Spiriti, costantemente “salvata” e riplasmata dall’Amore divino, di cui l’Uomo spirituale è agente primario.

L'”inferno” non è esattamente quello che sostiene una certa forma superstiziosa diffusa in varie religioni moderne, ma esiste eccome, ed ogni negazione profonda del Principio Divino ne spalanca le porte, e lo scatena nel mondo.

L'”imperfezione” della Materia, è tale soltanto in confronto al Principio Primo, non è assoluta; ciò la rende un campo di battaglia, tra l’Idea dell’Essere e l’Idea del Non-Essere, che non esiste ma, avendo noi capacità di scelta, può manifestarsi come terribile e distruttiva “forza apparente”.

In fisica non esiste il “freddo”, esiste però l’assenza di calore. Il Male è esattamente questo. La sua non-esistenza oggettiva, come quella del “freddo” nella fisica moderna, non ne esclude la reale percezione, manifestazione e non esclude che sia possibile studiarne la fenomenologia.

Il freddo potrà anche “non esistere”, ma lo avvertiamo, e accendiamo Fuochi contro di esso.
Sul piano ‘invisibile’, sottile, questi stessi Fuochi, accesi con consapevolezza, intenzione e Fides, sono il richiamo per tutto ciò che di Luminoso dimori sopra, attorno e dentro di Noi, sono la manifestazione fisica e tangibile di Forze ed Enti che ristabiliscono la centralità dell’Essere ovunque ci sia stata una hybrida e gigantica negazione di esso.

Velites

Una delle cose più irritanti ed inquietanti del periodo in cui siamo nati, col senno di poi, altro non è che l'”adolescenza prolungata” (a volte fino ai quarant’anni passati!), con annesso il mito dei “ggggiovani” (l’esercito del surf!)… il credere che senza scimmiottare gli adolescenti (leggasi minorenni, o comunque persone sotto i 19 anni) una persona adulta non possa divertirsi, ridere, scherzare, fare l’amore, avere ideali trascinanti senza essere la caricatura del sopracitato adolescente, con le sue turbe, instabilità, le sue “prove contro il mondo”, le sue ribellioni, il suo sessualismo esasperato, tutte cose che caratterizzano l’adolescenza da secoli, ma che sconfinano nella vita del ‘giovane adulto’, la persona dai 19\20 anni in poi, soltanto da un paio di generazioni, non in ultimo “grazie” alla “rivoluzione” sessantottina e al diffondersi delle “identità subculturali di mercato”, con cui si può giocare alla “costruzione dell’identità”, ovviamente basso-aggregativa e suburbana, fino ad una età in cui una mal capita “età adulta” si fa avanti prepotente, carica di impegni, del culto del lavoro, della famiglia de-sacralizzata (quando va molto bene!).
Ecco che così il “gggiovane” (sic.), avendo passato tutta l’età in cui i suoi Antenati, i suoi stessi nonni senza andate troppo “indietro”, costruivano Famiglie, si battevano per Ideali (giusti o sbagliati che fossero), e se il Fato lo voleva assistevano pure a momenti terribili o gloriosi della propria Nazione, facendo la propria parte nel bene e nel male, senza per questo smettere di divertirsi e rapportarsi con allegria e serenità alla Realtà circostante a, diciamolo in francese alto-medievale, CAZZEGGIARE, poi si trasforma istantaneamente, come se avesse ingollato una pozione in ciò che la società odierna chiama “adulto”, vale a dire un disilluso che pensa quasi solo al lavoro, a rapporti interpersonali meccanicistici, in cui un mai represso e fin troppo coltivato Ego (l’egoismo adolescenziale, formativo nel giovane, ma che andrebbe fatto evolvere e ritualmente ucciso crescendo e venendo reintegrati nella Comunità), sperimenta alienazione, scorno, frustrazione, rendendo la persona di fatto un “bambino invecchiato male e precocemente”.

Il giovane europeo, quindi i giovani dei popoli italici tutti, specialmente settentrionali per via di fattori storico-culturali e di vicinanza con il mondo centro-europeo, tende a crescere più lentamente nel fisico e negli atteggiamenti, rispetto ai giovani di altre parti del mondo. Ciò porta a non pochi problemi, e certi fenomeni di bullismo a sfondo razziale, in realtà di convivenza multiculturale forzata, ne sono una delle più evidenti manifestazioni. In ogni caso, questa nostra caratteristica genetica (riflesso di differenze ‘geniali’, inerenti al Genio della Stirpe), contiene lati di forza, tra cui una maturazione sì più lenta, ma allo stesso tempo molto più profonda, perlomeno in linea teorica e generale: un sedicenne africano è molto più maturo, fisicamente parlando, di un sedicenne europeo, ma sovente, e per tutta una serie di ragioni, la maturità interiore di un ventenne delle due stirpi tende ad avvantaggiare un Europeo, a parità di formazione e di situazioni del vissuto, anche solo perché una formazione più lunga offre sicuramente più stimoli evolutivi, piuttosto che un adattamento veloce ed immediato a comportamenti sociali adulti. E’ piuttosto chiaro che, se il punto di partenza è una caratteristica se vogliamo innata, di certo non è innato un prolungamento dell’adolescenza che sia così forzoso, innaturale, costruito su logiche ormai completamente avulse da qualsiasi tradizionalità, fosse anche soltanto residuale. Non in ultimo, l'”adolescenza bruciata e prolungata”, avviene ormai, negli ultimi anni, associata addirittura ad una “infanzia violata”, dove si demistificano le fantasie, le fiabe, i Miti, dove si avvia il bambino, tramite una educazione sempre più da apprendisti stregoni e sempre più lontana dalla pedagogia tradizionale, ad essere anch’egli consumatore ed individuo-atomo, nonché ad una sua abominevole sessualizzazione… non solo l'”adolescenza” ruba spazio all’età del giovane-adulto, ma la ruba prepotentemente all’infanzia, inserendo nella tarda età del gioco e della fantasia l’elemento dell’esibizione dello status sociale, attraverso vestiti e mode, della sub-cultura a spese della reale Identità, nonché della sessualità esibita più che realmente voluta o capita.

Pare dunque che questa “adolescenza” sia l’età preferita del sistema sociale in cui viviamo immersi, e non ce ne stupiamo, essendo l’età dell’indefinito, del “né carne né pesce”, “né bambino né adulto”… l’età ideale per il perfetto cittadino della Civiltà dell’Indefinito e del Nulla!
Tutto questo, di fatti, è funzionale ad un certo “nuovo ordine”, sociale, politico ed (a)spirituale, che qualcuno teorizza e, con consapevolezza o meno di cosa stia facendo e quali principi incarni bel farlo, sta già da tempo mettendo in pratica: giovani che si ribellano in modo convulso, discontinuo, a-gerarchico e scomposto, adulti che si sentono vecchi e deridono i maldestri slanci dei giovani, essendo consci di essere stati esattamente come loro, fanno un Popolo castrato e perfettamente sottomesso, e ciò è in sinergia con la, conscia o meno non ci deve interessare più di tanto, distruzione spirituale, etnica, estetica, culturale delle nostre genti, portata avanti da Forze avverse ai nostri Enti Etnarchi italici, romani ed indo-europei.

Un approccio Identitario, Spirituale, Comunitario, Etno-Religioso (id est, Gentilizio), Tradizionale alla vita combatte tutto questo con TUTTE le sue forze, e sia ben chiaro che tutto questo, il riconoscere che questa è una lotta e che l”avversario’ (che è anche dentro di noi!) ci vuole imbelli ed incapaci, non deve MAI toglierci il sorriso, la voglia di scherzare, l’amicizia, la musica, l’amore, lo slancio ideale che vanno restituite a TUTTA l’esistenza e la vita umana, non solo ad una adolescenza fittizia ed alienante, castrante, partorita dal mondo opposto al Nostro e non in ultimo dagli studi sociologici delle industrie pubblicitarie della seconda metà del ‘900, che si accorsero che prolungando la fase di incertezza dell’adolescente, sempre alla ricerca di una identità costruita attraverso beni di consumo, si realizzavano maggiori profitti.

Superare questo ‘nodo’ incapacitante, e combatterlo nella società, è una delle più grandi sfide di un movimento giovanile, Identitario e Religioso come il nostro, nonché della gioventù Italica ed Europea tutta; ne va dello stesso futuro della nostra Civiltà.
La nostra Gioventù è da viversi sotto l’egida di Iuventas Dea che, assieme a Marte e Diana, formava le fratrie e le sorellanze iniziatiche dei giovani e delle giovani Italiche e Romane, non sotto il segno di mode e subculture, sia che esse siano progettate nelle centrali estetiche ed ideologiche funzionali ai paradigmi vigenti, sia che vi siano ad essi opposte, e quindi marginalmente utili, ma scomposte e prive di un riferimento tradizionale reale e profondo. Iuventas, la Giovinezza, assieme a Terminus, Dio dei Confini, furono gli unici Numi che non lasciarono i loro altari quando questi dovevano essere spostati per far posto al Tempio di Giove Ottimo Massimo, segno che l’esistenza del Limite e la sacralità della Giovinezza non sono adombrati nemmeno dal Re degli Dei e segno che nessun uomo deve trascurarne il Culto quando nemmeno Giove volle fossero obliati o relegati in secondo piano.

In quanto giovani Italici, Gentili e centrati nella nostra Identità, dobbiamo essere pronti ad affrontare la Primavera Sacra, l’esilio nel Bosco (qui jungherianamente inteso) a cui siamo stati chiamati, affinché esso ci insegni tutto ciò che può insegnarci, in vista della ri-Fondazione della nostra Civiltà, e degli eterni valori del Mos Maiorum. Non più paludi, foreste intricate e razziatori di vacche affrontano oggi i novelli Fabi e Quintili, ma giungle di cemento, sirene più ingannevoli di quelle che udì Ulisse nel suo viaggioci sussurrano nelle orecchie e non semplicemente rozzi sono coloro che ci circondano, ma sovente empi ed a-spirituali, ed ostili a tutto ciò che un giovane Vir ed una giovane Virgo, radicati nella propria tradizione, incarnano. Questa è l’epoca in cui viviamo, il mondo in cui siamo nati, simile eppur diverso a tante altre epoche barbariche e senza Legge che ci hanno preceduto. In quest’epoca siamo chiamati a vivere e lottare, in questa ed in nessun altro mondo virtuale ed immaginario che possa sollazzare la nostra fantasia. In questa Realtà dobbiamo incarnare i nostri valori, coltivare il Mos e la Pietas, rendere orgogliosi di noi gli Antenati e distogliere verso di noi lo sguardo degli Dei quando rivolgiamo ad essi preghiere pie. Per fare tutto questo, occorre bruciare il fantoccio dell’eterno “adolescente” che ci è stato accuratamente preparato e cucito addosso, per ritrovare la Nostra, autentica, Eterna Giovinezza.

AMBRONES!

campo articolo 2

Ancora una volta, facciamo ritorno dal nostro annuale Campo Invernale di Introduzione alla Sopravvivenza, un “campeggio duro”, senza tenda e disponendo di poche comodità, con cui intendiamo formare i nostri (e le nostre) Sodali, aiutarci a combattere le paure più ataviche, il bosco, il freddo, il buio, la Natura selvaggia, nonché fornire i rudimenti più introduttivi per la sopravvivenza in situazioni critiche; lo spirito di queste esercitazioni non è per noi MAI solamente “sportivo”, “ludico” o di becera sfida, ma vuole fornire ai nostri Sodali competenze pratiche nonché elementi di riflessione interiore, che possono tornarci utili in tutti gli aspetti della nostra vita, non in ultimo in vista di una certa “disintossicazione dalla Modernità”, vale a dire non criticarne sterilmente e dialetticamente i presupposti, bensì riconoscerne fisicamente i limiti.

campo articolo 3

Immergersi nella Natura senza nessuno strumento tecnico, o con soltanto quelli che si è deciso precedentemente e consapevolmente di portare, non è una rievocazione del passato: nessuno dei nostri Antenati ha mai vagato in modo bestiale trai boschi, se non per necessità e per periodi limitati. D’altro canto, la sospensione di certi aspetti della Civiltà, e qui intendiamo sia la Civiltà propriamente detta che l’attuale definizione di “civiltà moderna”, sovente sua caricatura svuotata, può meglio farci riconoscere il valore del vivere civile, della natura Politica dell’umanità, l’indubbia utilità della tecnica (che comincia dall’accensione del Fuoco, mai scontata, mai gratuita e non sempre facile in tutte le condizioni climatiche e geografiche!), la fragilità del vivere civile, specialmente nel contesto moderno e post-moderno di una società svuotata dell’elemento del Sacro. Come le Primavere Sacre dei nostri Avi Italici ed Indoeuropei, il nostro ciclico estraniarci dal contesto civile, scandito da momenti propizi del Calendario, il nostro Ritorno al Bosco, non vuole essere visto come contrapposizione all’Urbe ma come Iniziazione Giovanile al vivere civile, alla Vera Civiltà, che è Scelta Eroica ed anti-individualista e non grigia amministrazione burocratica.

campo articolo 1

L’assumere come realtà possibile che l’attuale aggregato sociale possa essere, e sia, debole e fragile, che possa eventualmente sprofondare nel caos e nella povertà da un momento all’altro, e l’esercitarsi ad essere pronti a questa evenienza, non è un profetizzare sventura, non è un gioco di ruolo catastrofista, non è nemmeno un auspicare per eventi che sarebbero in larga misura drammatici per la maggioranza delle nostre genti, ma è semmai una dimostrazione di saldezza interiore, consapevolezza e forza, che, con l’aiuto dei Geni delle nostre Terre e degli Avi, nostri alleati spirituali, vogliamo fare nostra.

Con pazienza, senza arroganza e senza inutili esibizionismi figli degli stereotipi hollywoodiani che non appartengono alla nostra Tradizione (e a nessuna tradizione!), continuiamo quindi per la strada del Bosco, stagione dopo stagione, anno dopo anno, verso la ri-fondazione interiore ed esteriore della nostra Città degli Dei, tendendo l’orecchio verso ogni consiglio i silvani Fauno e Feronia vogliano darci.

AMBRONES!

campo articolo 4

Saturno

Mercoledì 17 si aprono le feste e si offre a Saturno.
Inoltre si festeggia la vigilia delle feste della Dea Epona nella tradizione gallo-romana.

Giovedì 18 Secondo giorno dei Saturnalia, continuano le feste di Saturno e di Epona.

Venerdì 19, si celebra la divina Ops Consivia, sposa di Saturno, colei che ci dona Abbondanza per le nostre anime e i nostri corpi.

Sabato 20, festa dei Sigillaria, ci si scambiano i doni in attesa della rinascita del Sole.
Sabato 21, Divalia, notte del Solstizio; si celebra la silente Angerona, custode del travaglio dell’Infante Solare, che rinasce al mondo. Quest’anno equivale anche al momento di Novilunio.
A cavallo tra queste due date celebreremo la ricorrenza dei Saturnalia ed il Solstizio.

Domenica 22, proseguono le feste di Solstizio, con il culmine della fase astronomica reale. Dalla mattina del 22, infatti, il Sole ricomincerà a rinascere fattivamente. Secondo il Calendario Lunare, comincia anche il nuovo Anno per il computo di Numa; si festeggiano dunque le Calende Ianuarie del culto domestico ed è propizio scambiarsi rami di vischio o di arbores felices, sacri agli Dei superi.
Anticamente, nella città di Roma si festeggiavano i Lari Permarini, custodi degli imbarchi, spiriti presenti con altri nomi anche nelle altre mitologie indoeuropee d’Hesperia e d’Europa.

Lunedì 23 Settimo ed ultimo giorno dei Saturnalia, in cui si recano offerte ad Acca Larentia, e con questa festa si concludono i Saturnalia Antichi.

A seguire, Mercoledì 25 si onora il trionfo del Sole Invitto, resosi manifesto dopo quattro notti di travaglio, poi incluse in tempi successivi ed imperiali nei ‘Saturnalia Nuovi’.

Auguri per le prossime Feste!

E’ piuttosto chiaro che nessun Iniziato (ma anche mistico religioso di un certo livello) delle tradizioni ‘antiche’ (così come nessun moderno realmente connesso e sano di mente!) credesse che gli Dei e le Anime dimorassero FISICAMENTE in dimensioni al di la delle nuvole o al di la delle stelle fisse.
Il Cielo delle Stelle Fisse, ossia il “Limes del Cosmo visibile”, è un punto di connessione tra una realtà fisica ed una realtà sottile, che però sono Una Cosa sola, così come anche i Cieli Planetari. Solo un Ateo potrebbe affermare l’inesistenza del Cielo della Luna, del Cielo di Marte, ecc. soltanto perché “la Scienza dimostra l’eliocentricità e che i pianeti sono palle di roccia”. Questo lo sapeva pure Giordano Bruno e lo sapevano gli Iniziati di Italia, Grecia, Gallia, Persia molto prima di lui… I Pianeti, le Stelle sono porte in quanto LUCI e Simboli viventi e agenti in relazione ad un punto di osservazione che si fa Centro (e già, un punto “qualsiasi” che si fa Centro è un bel Mistero ), non in virtù della loro distanza dalla Terra o alla loro aderenza in uno spazio diverso ontologicamente dal nostro. Stessa cosa si potrebbe dire anche dell’Infero: potrebbe scavare fino agli antipodi chi volesse trovarci grotte in cui ardono dannati, o colonie di Gnomi elementali. Non capisco veramente come si possa criticare una visione Esoterica basandosi su assunti così materialisti… d’altra parte, tutto un certo “occultismo”, succube e pieno di complessi di inferiorità culturale rispetto all’empirismo scientista, è stato ed é dominato dal cercare Atlantide tra gli scogli di qualche pietraia delle Canarie, Thule tra deserti di ghiaccio dove vivono a stento quattro Esquimesi in croce, gli Ariani tra le tombe di pastori guerrieri del neolitico, il Sangue Divino negli aplogruppi cromosomici, l’origine dell’Uomo prendendo per buono che uno Spirito possa scaturire dall’evoluzione di un primate africano (o nordico-polare, che poi è la stessa cosa), e non, semmai, il contrario. Ne risulta un pessimo Esoterismo, un “occultismo neo-spirituale e new age” ed allo stesso tempo, dominante, una pessima attitudine verso l’empirismo scientifico e le sue indubbie potenzialità quando questo è rivolto verso il suo campo di appartenenza e non arrogandosene altri.

Fedrìgh éd Feréggn dìj Bèli