di Fedrìgh Bèli
tratto da Orde Hesperiane,Rubrica Hesperiana di Musica ed Identità, ed apparso sull’11° numero di Arya, Rivista ufficiale degli Esploratori Hesperiani.

In occasione dell’uscita della nostra rivista, all’interno della famigerata rubrica musicale che abbiamo creato con lo scopo di stuzzicare la vostra curiosità nei confronti di quanto sia musicalmente più radicato nell’anima profonda del nostro Sodalizio, abbiamo l’onore di recensire la ormai dodecennale Opera Metal del progetto HESPERIA, Aeneidos Metalli Apotheosis, cominciata nell’ormai lontano 2003 da Hesperus, unico membro e compositore effettivo del progetto. L’Opera si propone l’ambizioso compito di rievocare l’Eneide attraverso la musica Metal, e si suddivide in quattro parti, uscite a distanza di anni l’una dall’altra. Assieme ad “Il Ritorno di una Civiltà Arcaica”, questi quattro dischi rappresentano un ciclo di cinque album dedicati alla fase pre- romana della nostra Civiltà, a cui seguirà in futuro una nuova serie dedicata all’epopea Romana, che attendiamo in trepidante attesa. Abbiamo già avuto modo di trattare la musica di Hesperus su queste pagine, e di sottolineare come ogni nota del nostro, piaccia o non piaccia, sia azzeccata o meno, è di fatto un manifesto sonoro volto a celebrare l’Italicità più profonda e viscerale, quella che il giovane italiano, compreso il metallaruccio buono\cattivo forgiato ad ascolti plastificati da una parte e da una finta ruvidità plagiata agli ultimi epiloghi della scena norvegese dall’altra, scena di fatto ormai spastica e debole a detta dei suoi stessi veterani, spesso non può capire, perso tra luoghi comuni, esterofilia o peggio ancora lavaggio del cervello a suon di “generica cultura occidentale”. C’è rimedio: tre ore e mezza di musica del Maestro del Metallvm Italicvm, dove si cantano le armi, gli uomini e gli Dei della nostra Tradizione Patria, tra sognanti ed eterei passaggi frammisti a frastuono di archeo-futuriste battaglie combattute a stridore di ferraglia possono essere una buona medicina per provare a guarire le mancanze d’animo dei sopracitati virgulti.

“Benvenuti ad Hesperia. Benvenuti alla consacrazione dello Spirito Italico. Benvenuti alla consacrazione dell’Eneide nel Metallo. Che le mie Muse mi ispirino. E che lo spettacolo inizi!” esclama il nostro, e non possiamo fare altro che seguirlo: annegheremo trai flutti del Mediterraneo in tempesta e tra oceani di sangue, lacrime e ricordi nella Pars I, celebreremo lo spirito degli Eroi nella Pars II, stringeremo forte il Ramo d’Oro e discenderemo agli Inferi nella Pars III ed infine combatteremo per vincere nella Pars IV, concludendo l’epopea pre- romana con la nascita della stirpe che darà i natali a Romolo e ad Amor-Roma.

PARS I

hesperus

Iniziamo il nostro viaggio verso Hesperia da questo arcaico e soltanto apparentemente rozzo gioiello sonoro, primo album vero e proprio di Hesperia risalente all’anno 2003, nonostante vada specificato che il concept relativo ad “Il Ritorno di una Civiltà Arcaica” sia stato concepito ben prima e prefigurato dall’uscita di una cassetta, nel 1997, prima della pubblicazione del disco.
L’album, di ben 29 tracce senza reale separazione l’una dall’altra, è suddiviso in due macro-suites: Tyriae Turres narra della fuga in mare di Enea e dei Troiani superstiti dalla carneficina causata dai greci nella città di Ilio, espugnata dopo dieci anni di guerra, fino all’avvistamento delle mura di Cartagine, dove il nostro eroe si rifugerà accolto dalla regina Didone; Iliae Memoriae, invece, è il ricordo da parte dei troiani delle tragedie vissute, che narrano quanto ancora gronda sangue e lacrime nei loro ricordi alla corte di Didone.

Tyriae Turres si apre con il Proemium e con il Preludio, di sapore progressive, in cui Giunone, eterna oppositrice degli Eroi e causa al contempo della loro gloria, esprime le ragioni del suo odio nei confronti dei Troiani, i cui discendenti un giorno distruggeranno la sua diletta Cartagine.
La musica è epica e sognante, complessa ed intricata, ma ci scorniamo anche con la prima ruvidità del metallo hesperiano: ci si accorge subito che la musica è un tessuto di bassi suonati come chitarre soliste, dove effetti ricercati simulano sonorità chitarristiche o addirittura tastieristiche. Questo disco è infatti realizzato da Hesperus e dal suo fidato basso, dalla sua voce, peraltro registrata in presa diretta nelle grotte del Conero, da qualche effetto campionato da un bel peplum, “Il Colosso di Rodi” e da una batteria elettronica. Nient’altro. E’ impressionante la complessità raggiunta dal nostro, i diversi suoni che il suo basso produce si intersecano in ben quattordici diverse linee sonore. I rimandi sono alla scena progressiva italiana degli anni ’70, anche se non ci sono citazioni dirette: non ci troviamo di fronte ad un album in cui due o più generi vengono mescolati in modo manieristico, come nel cosiddetto “progressive metal” ed in generale nei generi “collage” e “crossover”, ma ad influenze radicate nell’anima del compositore, che si esprimono naturalmente, in modo subliminale.

E’ con la terza traccia, che inaugura una suite di brani dedicata alla tempesta causata da Eolo sotto istigazione di Giunone ai danni della flotta troiana al largo della Sicilia, che iniziano i problemi; ammetto caldamente che, quando ascoltai questo album per la prima volta, dopo essermi estasiato delle tracce introduttive, mi chiesi seriamente che diavolo fossero questi suoni (apparentemente) cacofonici e queste scale dissonanti. Col senno di poi, dopo dieci anni di ascolti, ho imparato ad amare queste sette tracce che esprimono la cupezza tempestosa di cui il Mediterraneo può rivestirsi, oltre ogni stereotipo geografico, anima peraltro ben carpita dalla copertina, dove il nostro, nel suo arcaico travestimento, osserva le coste brumose del suo Piceno. E’ con la decima traccia, l’Intervento di Nettuno/il placarsi delle acque che il tutto si rasserena in un bell’assolo lirico, di stampo heavy metal classico. L’unica critica che potremmo fare ad Hesperus è che la complessità delle trame di questo album, tecnicamente ineccepibile, hanno rischiato non poco di perdersi nel rumorismo del basso distorto e nella produzione rozza di stampo black metal, generando un effetto “noise”, peraltro voluto. Diciamo che una complessità ed un rumorismo pari merito desiderati e ricercati sono ben difficili da concordarsi l’un l’altro e vi sono alcuni momenti in cui il rumore prevale.
D’altra parte, superato l’impatto iniziale, è anche vero che negli anni tutto questo si fissa nella mente, evocando alla memoria un suono unico, nostalgico e distante come le memorie dei troiani, come i secoli innumerevoli che ci distanziano da questi nostri progenitori persi trai flutti e guidati soltanto dalla volontà degli Dei e dalla promessa di un nuovo regno, una volta tornati alla terra degli Avi abbandonata secoli prima: Hesperia, l’Italia, da cui Dardano partì alla guida della sua tirrenica stirpe per insediarsi in Troia; il suo discendente Enea, dopo aver perso tutto, caricatosi l’anziano padre Anchise sulle spalle, non può far altro che ritornare verso la terra dei Padri, una terra che non ha mai conosciuto. Questo senso di magica indeterminazione, ed al contempo saldezza nella Pietas e nella Fides verso gli Dei che si evince dal poema virgiliano, è evocato magistralmente dal nostro, attraverso la sua musica che possiamo a tutti gli effetti definire Arcaico-Italica ancor più che Metallica.

Con l’undicesima traccia i nostri giungono a Cartagine per narrare, nel dodicesimo pezzo, gli antichi Fasti di Ilio, una stupenda e sognante cavalcata progressive, seguita da una più classicamente metal La Guerra con gli Achei, epica ed oscura non senza il lirismo di un bell’assolo; Il Cavallo di Legno trascende gli schemi della forma canzone, essendo di fatto una rappresentazione quasi visiva della scena, avvalendosi di dialoghi cinematografici, come le due tracce successive, appena più canoniche come forma musicale.
Piccolo capolavoro è la diciassettesima traccia, La Tragedia di Laooconte, dove un metal estremo nell’anima si fonde a tessuti progressivi in cui il basso del nostro imita eccellentemente suoni similari ai sintetizzatori dei tardi ’70, per finire con un gran finale tragico e violento, in cui Laocoonte, unico testimone del tradimento greco, viene divorato dal mostro marino. Le tracce successive narrano dell’irruzione greca entro le mura di Troia, a causa dello stratagemma del cavallo di legno. Particolarmente tragica è la ventunesima, L’Assalto alla Reggia (La Morte di Priamo), seguita dalle intricate melodie dello Sgomento di Enea. Come in un Opera, i diversi temi musicali ritornano ciclicamente, come nell’epica Gli Occhi di Cassandra – Il Coraggio di Enea, che inaugura una suite nella suite che si protrae per altre tre tracce, particolarmente rumorose e complesse. Enea inizia dunque la sua ritirata, in conclusione di questa prima parte, passando per il monte Ida, diretto verso l’Egeo. E’ con l’ultima traccia, la Postilla, portando sulle spalle il padre e le tradizioni religiose della sua Terra, Enea e i suoi compagni partono diretti verso le terre d’Occidente, verso Hesperia, alla ricerca di un Regno senza fine…

PARS II: “in Honorem Herois”

hesperus in honorem

“In onore degli Eroi” suonano le fanfare, epiche e travolgenti, del Praeludium della seconda parte dell’Eneide in musica del progetto Hesperia, tratte dall’ottima colonna sonora del film storico-fantastico “Il Gladiatore”, e l’atmosfera già si percepisce cambiata: rispetto alle cupe tempeste marine e ai tragici ricordi della Pars I, “in Honorem Herois” è un disco in buona parte più “solare” rispetto al predecessore. Non mi si fraintenda: ad un primo ascolto si ha a che fare essenzialmente con un disco di “black metal pagano”, in modo indubbiamente più definito: le strutture musicali sono più legate alla “forma canzone” tipica del Metal e risultano di poco meno affini alla progressiva ed oscura teatralità del disco precedente, che comunque permane in una struttura fatta di interludi teatrali e strumentali tra un pezzo ed un altro. Ascoltatori avvisati: rimane comunque un disco di Hesperia, e se credete di trovare materiale per orecchie facili, avete sbagliato di grosso! Se vi è una maggiore aderenza alla forma canzone, rimaniamo comunque in lidi hesperiani, e se vogliamo fare raffronti è più che altro ad “Il Ritorno di una Civiltà Arcaica” del nostro a cui dobbiamo guardare. In ogni caso, si intuisce, anche raffrontando questo secondo capitolo ai suoi più recenti successori, una lenta progressione dall’oscurità più fitta alla luce, tramite suoni più puliti e meno nebulosi, pare voluta e ricercata dall’autore, quasi a rappresentare una evoluzione interiore che unisce l’Eroe, il musicista e l’ascoltatore stesso in un cammino di elevazione, che essa sia musicale, estetico-identitaria o addirittura di natura più alta. Le influenze musicali dell’album, oltre a quelle di natura black metal della primissima ora, della musica progressive, del sopracitato metal classico sempre più presente (anche se in modo subliminale e profondo) sono questa volta rintracciabili anche in tutto il thrash e il death tecnici della seconda metà degli anni ’80, che qui riemergono come influenze profondissime nella cultura musicale del nostro, senza dar luogo a plagi o miscugli in un contesto estetico- culturale completamente diverso e “originale” nel suo essere Tradizionale (e quindi oltre il bisogno di una “originalità” modernamente intesa). La complessità e la violenza, per dire, dei Voivod, senza essere “i Voivod incollati al prog anni ’70 incollati al pagan norvegese con qualche testo di ispirazione italica”, come avremmo potuto aspettarci da band dalla preparazione e dalla caratura inferiori rispetto ad Hesperia, che dimostra di non aver soltanto ingurgitato influenze di fretta con lo scopo di mescolarle e di propinarci “qualcosa”, ma di essere una realtà radicata nella passione decennale verso un macro-genere vasto quanto la musica classica, il Metal, oltre che nella musica

Dopo il Praeludium, il clangore si manifesta con Ad Hesperiam, tecnicissima, violenta e roboante eppure epica ed evocativa allo stesso tempo.
Epico ed oscuro, l’Interludium dedicato alla Morte di Anchise e a Didone Innamorata va a sfumare nella quarta traccia del disco, Tragoidia Didonis, degna della migliore tradizione black metal dei primi Satyricon. Nella nostra storia siamo giunti ad uno snodo importante dell’Eneide: per ordine di Giove ed intercessione di Mercurio, gli Dei hanno fatto sì che tra i Cartaginesi e i Troiani nascessero buoni rapporti, in modo che Enea ed i suoi potessero ristorarsi per poi ripartire. Eppure, Didone, la bella regina di Cartagine, si innamora di Enea, per giunta corrisposta dall’eroe, che inizia ad essere tentato dal pensiero di rimanere nel neonato regno barbaresco della nuova amante. Eppure, quegli stessi Dei che hanno fatto si che fosse così bene accolto dagli esuli fenici, anch’essi orfani della loro patria lontana, gli impongono di ripartire: il Fato di Enea è la rinascita della stirpe troiana, ed il pio Enea non può contraddire quanto i Numi stessi gli suggeriscono. Didone, sentendosi abbandonata dalla repentina partenza di Enea, si suicida, ed Enea si allontana diretto nuovamente verso la Sicilia, mentre dalle spiagge si levano i fumi del rogo funebre della regina, sacerdotessa di Tanit-Astarte, nient’altro che la forma divina con cui il suo popolo venera Giunone: i semi della futura inimicizia tra i due popoli sono così gettati. Questo narra il nostro italico aedo con la sua musica ne il Rogo di Didone e ne il Ritorno in Trinacria. Il disco si conclude con l’epica e maestosa Olympicus, dove vengono celebrati i giochi funebri in onore dell’anno appena trascorso dalla morte di Anchise ed in memoria dei troiani caduti, a cui partecipano i popoli della Sicilia ormai alleati dei Troiani. Anche in questo caso, Enea è tentato dal fermarsi tra genti congiunte, con cui ha in comune tradizioni, storia e cameratismo, eppure ricorda quanto annunciatogli dal cugino Eleno, figlio di Priamo, veggente ed indovino, e quanto percepisce delle volontà del padre defunto: dovrà spingersi fino alle coste tirreniche, dalle quali la sua stirpe ebbe origine, interrogare la Sibilla e gli Avi defunti sul vero significato del suo ritorno ad Hesperia. Sulle note del Postludium “Ad Spiritum Patris”, ci prepariamo dunque alla discesa nel regno delle ombre, verso Occidente, verso le profondità più recondite dello “Spiritus Italicus”.

PARS III: “Spiritvs Italicvs”

hesperia spiritus

“Tu non vedrai nessuna cosa al mondo maggior di Roma, maggior di Roma!”
Sulle note dell’Inno a Roma di Puccini, si apre maestoso il terzo capitolo dell’Eneide nel metallo e Roma si avvicina, annunciata dagli spiriti degli Antenati e dalla Sibilla. “Benvenuti alla consacrazione dell’Eneide del Metallo”, e chi scrive è un po’ di parte e ritiene che questo album rappresenti il picco più alto della quadrilogia per profondità tematica e musicale, senza nulla togliere al capitolo successivo che tratteremo in seguito. Dopo il pacchiano e teatrale incipit, degno della migliore tradizione tanto italiana quanto metallica, si parte con una cavalcata in cui il genere-manifesto del nostro si esplicita all’ennesima potenza: Metallo Italico, una struttura musicale radicata nella tradizione metal, specialmente negli anni ’80 sempre in modo non meramente citazionista, ma con una verve oscura, epica, se vogliamo anche pacchiana, tale a rappresentare un qualcosa di espressamente nuovo-arcaico e tipicamente italico, nel senso più profondo e vero del termine, che potremmo anche ben definire come hesperiano.
L’evoluzione musicale e tematica di Hesperia, che col cominciare di questo terzo album concepito tra il 2007 ed il 2013, anno di uscita, si trova nel bel mezzo del cammin cominciato con quella Pars I, ormai vecchia di più di un decennio, giunge qui a maturazione: gli influssi heavy metal classiche, thrash metal tecniche, epiche, progressive, classiche e pure tradizionali (nel senso di quanto possiamo conoscere della musica antica), sono sempre più unite in un unicum dotato di una sua autonomia totale dalle influenze di sottofondo. I suoni, cupi e malinconici, hanno qui aperture solari e struggenti, non rischiano più di perdersi nel rumorismo dei primi album (seppur anch’esso abbia tutto il suo senso nel suo contesto): per quanto non sia un album di immediata comprensione per orecchie pigre, una produzione molto curata rende l’ascolto meno sanguinolento; i singoli suoni sono tutti intellegibili, e sta all’ascolto ripetuto dell’ascoltatore attento e appassionato, riascoltare più volte il disco, ripetendone il viaggio concettuale, per carpirne le poliedriche trame: in ogni caso, rispetto alle precedenti esperienze vi è meno il rischio di perdersi o di spaventarsi al primo ascolto, ed una certa orecchiabilità in più è qui coltivata da Hesperus, senza sacrificare l’atmosfera che persino ne guadagna. Come l’album ha diversi livelli musicali di lettura, così è per il tema lirico. Il concept dell’album può essere ascoltato a più livelli di comprensione; un primo livello è quello di ascoltare le tracce come vere e proprie canzoni, ed una certa orecchiabilità in più ben si presta allo scopo; ne si carpisce un ottimo disco di black metal epico, sognante e tragico, dalle influenze radicate nella quarantennale storia del metal. Andando oltre, il tema dei libri VI, VII, VIII e IX dell’Eneide ben si prestano ad interpretazioni via via più profonde, osiamo dire persino “esoteriche”. Quelle che sono sette ottime canzoni ed il loro preludio sono ovviamente anche una storia, la narrazione di una parte del Poema Sacro degli Italici; oltre a tutto questo, in questa parte dell’Eneide si narra la discesa di Enea negli Inferi, l’incontro con gli Avi e lo spirito del padre defunto, e il ritrovo di una più alta motivazione ed illuminazione da parte del nostro Eroe attraverso la comprensione della vera natura delle trame del Fato che l’anno portato verso Hesperia-Italia. Il viaggio oltremondano e la lotta di Enea corrispondono dunque ad un cammino interiore di discesa nell’interiorità, ricerca del proprio principio divino, ascesi ed infine lotta sacra per l’affermazione del Vero del Buono e del Bello, in questo caso espressi dalla visione della luce di Amor-Roma nelle tenebre apparenti dell’Ade e dell’Età Oscura. Questo viaggio, questa conquista eroica, che si completa nella lotta e nella vittoria del quarto capitolo della nostra opera metal, ha anche riferimenti che vanno oltre l’arte e la musica, che possono essere solari-astrologici, alchemici, sciamanici, teologici, riferimenti che rintracciamo ovviamente già nell’Eneide virgiliana, e che il nostro Hesperus non censura né ignora nella sua trasposizione. L’intero disco altro non fa che ricordarci come da Dioniso si giunga ad Apollo, come nell’apparente oscurità, trovando Sé stessi, si ritrovi il Sole, che è quanto un genere così pesante e travolgente come il Metal dovrebbe aspirare a causare nell’ascoltatore, che dopo aver vagato tra foreste, trai mondi più oscuri popolati di fantasmi e demoni, stringendo tra le mani il Ramo d’Oro, non dovrebbe aspirare ad altro che ascendere ad una superiore condizione di esistenza, diversa e migliore rispetto a quell’ordinarietà che vediamo sempre più spesso come innaturale e sofferente. A questo dovrebbe aspirare una Musica che sia pregna di significato senza essere vuoto intellettualismo, una musica che danza costantemente tra la vetta innevata ed il baratro più oscuro, tra il divino e l’empio, tra profondità impensabili e disarmanti ingenuità. E’ forse a questo scopo che, nelle prime copie, Hesperus ha inserito un ramo dorato di solare e benefico alloro tra le pagine del libretto di Spiritvs Italicvs?

Descrivendo l’aspetto sonoro-evocativo del disco, vediamo come esso si apre con una piccola suite: al Preaeludium “Sybilla”, in cui il nostro si cimenta per la prima volta con strumenti tradizionali (flauti, cimbali, sistro…), in cui Enea incontra la Sibilla chiedendogli di guidarlo nel mondo dei morti, per conoscere cosa il Fato ha in serbo per lui e per la stirpe troiana, segue Spiritvs Patris, una lunga e complessa traccia progressiva che narra del viaggio dell’Eroe negli Inferi.
Enea, dubbioso eppure pio, chiede alla Sibilla, ninfa solare, illuminazione interiore: solo attraverso il viaggio nell’Occidente, al di sotto dell’orizzonte, il Sole interiore può rinascere a nuova vita: “Parla! Parla! Dai voce alla voce del Sole! Sole! Sole! Ora parla del Fato di Hesperia! Sibilla ora parla! Sibilla, ora svela! Sibilla, ora portami! Portami, portami, portami, portami dal Padre!” E dunque l’Italico oracolo sibillino risponde all’Eroe: “foglie che volano, foglie che parlano, foglie che parlano, foglie che volano, furore divino invade Sibilla, furore divino, furore d’Olimpo”. Colto il Ramo d’Oro, unica guida nelle tenebre, Enea si avventura presso le regioni di sogno e d’incubo dei fiumi del mondo dei morti, dove incontra vecchi amici e precedenti amori, come Didone morta suicida per amore; evitando il Tartaro, dove dimorano le anime empie, Enea raggiunge i Campi Elisi, dove dimorano le anime dei degni in attesa di reincarnarsi. Qui incontra Anchise, l’anziano padre, che rincuora Enea mostrandogli visioni del futuro: “Guarda, questo è tuo figlio, da lui nascerà la stirpe dei Re d’Alba, e là è Romolo, figlio di Marte, da lui nascerà Roma e la nostra gloria d’Olimpo! (…) Al mondo tornerà Giustizia, come ai tempi di Saturno ancora, colui che regnerà è l’Augusto, che tremare farà il Caspio e il Nilo!”.
“Questo è quello che il Padre mi disse, nel mio viaggio ai confini del mondo vivente: un regno futuro verrà da stirpe troiana, immenso Impero, il suo nome sarà Roma!”

In Nova Invocatio Musae, come Virgilio chiede nuovamente ispirazione alle Muse per poter narrare la parte più difficile da raccontare dell’epica narrazione, così fa Hesperus per poter proseguire nella sua Opera.

Il disco prosegue, con tinte che si tingono sempre più di metallo classico ed epico di scuola anni ’80, come a prefigurare l’ultimo e conclusivo capitolo adattandosi al tema narrato, nella magistrale Italica, che ci narra di come la guerra tra i popoli italici si appropinqui, voluta fortemente dalla volontà sovrumana di Giunone, nonostante re Latino ed Enea facciano di tutto per evitarla: il matrimonio promesso da Latino, discendente di Fauno e di Pico, re semidivino del Lazio, tra Enea e sua figlia Lavinia viene contestato dal principe Turno dei Rutuli, che raduna una vasta torma di alleati, motivati a scacciare i Troiani dalla terra in cui hanno da poco fatto ritorno. Nonostante le influenze siano maggiormente affini alla forma canzone, il tutto non perde la sua teatralità: il pezzo si sviluppa come una suite di 5 scaenae, attraverso le quali i temi musicali si inseguono l’un l’altro riproponendosi come nella migliore tradizione classica ed operistica, per realizzare una sorta di opera nell’opera, un manifesto di Italicità che nulla ha da invidiare, anzi, ad analoghe rappresentazioni di orgoglio etno-storico apparse nella lunga storia del metal. Chi ha amato le calvacate vikinghe dei Bathory, le rappresentazioni profonde dell’anima slava delle migliori band delle scene russa, ucraina e polacca, non disdegni Italica ed in generale Spiritus Italicus, in cui si manifesta la consacrazione definitiva di un “pagan metal” realmente e concretamente italico tanto nella musica quanto nelle tematiche.

Dopo un Interludium, in cui udiamo un piccolo cameo vocale di Porz dei Malnàtt, si sviluppa l’epicissima (ed un po’ tamarra) Spiritus Italicus I, in cui assieme alle voci degli antichi Avi nostri possiamo sentire quelle dei moderni alfieri della Scena Italica (Mancan, Namter, Fervs dei Morkal, Abibial degli Imago Mortis…): nei boschi Enea raggiunge, su consiglio del Genio del Padre Tevere, i luoghi della Roma prima di Roma, popolati dagli Arcadi di Evandro, e da “fauni e ninfe, e uomini nati da querce, (…) finché venne Saturno Re e diede loro Leggi e Riti”. “Questo era l’Inizio, questa era l’Età dell’Oro”.
Solo riconnettendosi allo spirito originario della regalità saturnia, ed ai Genii Loci dei luoghi dove esso maggiormente si incarna, Enea può sperare di vincere la Guerra Italica, ed assurgere a guida della confederazione dei Popoli di Hesperia. L’epicità e la maestosità della canzone è difficile da descrivere a parole: è la quadratura del cerchio, in cui tutti i messaggi più positivi veicolati dalla musica metal trovano finalmente la loro armonia, tutti assieme coerentemente, e soprattutto si riallacciano alla Tradizione (non stiamo esagerando!). “Marciano guerrieri, partono Eroi, alla loro testa Enea troiano; pregano, marciano, marciano con loro anche gli Dei!”

Ancora più maestosa, forse, è Spiritus Italicus II, basata sulle prime battaglie descritte nel libro IX da Virgilio, in cui i Rutuli tentano di scacciare i Troiani attaccandoli tempestivamente. Musicalmente parlando il meglio del “metal pagano” (come i Bathory) si sposa con la musica progressiva, con la tradizione italiana (anche e soprattutto operistica e classico-romantica, anche se in modo “subliminale”), con colossi del metal epico come Manowar e Virgin Steele. Particolarmente trascinante, epico e toccante, è il Gran Finale, la seconda parte della suite interna al pezzo: “Sotto il cielo d’Occidente, ferro e fuoco per la Gloria; sulla terra di Saturno, eroi troiani contro Turno”; “ed io canto ancor le loro gesta e lo Spirito e tu che ascolti il poema sacro agli Dei rivivi lo Spirito Italico!”
Il viaggio si conclude poi nel Postludium, dal “nome segreto” ‘Ad Romam’, e dal segreto nel segreto…

Raccomandiamo a tutti i nostri Amici lettori di acquistare una copia originale del disco, dove il nostro, nel curatissimo libretto in lingua italiana, latina ed inglese, ci illustra dettagliatamente tutte le influenze culturali e musicali, nonché i livelli di lettura, almeno tre, dell’album. Un opera del genere, così connessa allo spirito hesperiano DEVE essere supportata attivamente, non soltanto tramite le chiacchiere o un ascolto superficiale… che vi sembri pure esagerato o roboante, ma noi pensiamo di trovarci di fronte a quelli che saranno capisaldi dell’arte identitaria Italica. Spiritus Italicus, dello stesso valore di precedenti capisaldi musicali europei in cui Metal ed Identità si fondono, è un prezioso antidoto, interiore più che meramente estetico, alle crisi di inferiorità che ancora colgono tanti Italici, del nord come del sud, in materia di musica epica, folkloristica e “pagana”. A parole tutti vorrebbero emanciparsi dalla sudditanza di un nord-Europa (o Est, a seconda delle mode) che ha tutta la sua importanza e magia evocativa, ma del quale nulla abbiamo da invidiare… piaccia o no, Hesperia ci riesce, e riesce a far emergere questo orgoglio patrio anche in voi ascoltatori: un orgoglio profondo, spirituale, lontano dalle fanfare e dai simboli del nazionalismo moderno, che pur goliardicamente vengono utilizzati nella copertina alludendo piuttosto alle loro radici profondamente in contrasto con la modernità… un orgoglio hesperiano, che non possiamo di certo non apprezzare e rifare nostro, ancora una volta.

PARS IV: “Metallum Italicum”

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Abbiamo quindi l’onore, sulle pagine di Arya come su quelle del nostro blog, di recensire l’ultima fatica di Hesperia, Metallum Italicum, quarto ed ultimo atto di Aeneidos Metalli Apotheosis, l’Eneide narrata attraverso le formule espressive dell’heavy metal.
E’ al Metal, a tutto il Metal, genere musicale ormai quarantennale, che questo splendido disco rivolge gli aspetti più propriamente tecnici e quelli propri di un manifesto artistico-subculturale: è il Metal, italianizzato in Metallo, che deve completare la sua trasmutazione alchemica da piombo in oro, prendendo il meglio da ogni fase trasmutatoria… l’oscurità del piombo iniziale, la romantica duttilità del rame, la leggerezza espressiva del mercurio, la potenza dell’acciaio forgiato, fino all’argento e verso l’oro spirituale della reintegrazione, della sintesi ciclicamente progressiva, trascendente e triadica di moderno-antimoderno-Tradizionale. Per farsi completo e ‘tradizionale’, il Metallo deve essere anche Italico, centrato e radicato in una identità triadica di sangue-suolo-spirito, tranciante i legami con una mera situazione di rabbia e degrado anti-moderno sì, ma fin troppo inserita nella anti- cosmologia della Modernità. A questo ci guida il buon Hesperus, cantando di epiche battaglie e del Fato ultimo delle stirpi di Hesperia, destinate a fondersi in un Ente superiore, trascendente e pre-esistente, atto ad incarnare il principio di Ordine nella più oscura delle Ere dell’Uomo. Ovviamente, essendo noi italici, non manca il nostro di istrionica e sardonica autoironia satirica e teatrale, atta a confermare, piuttosto che smitizzare, l’elevatezza dei temi trattati attraverso il cliché e la maschera.
Rispetto ai tre dischi predecessori, osserviamo qui una ulteriore chiarificazione del suono, una ulteriore pulizia a livello di produzione, che rimane comunque calda e vecchio stile: come “pulizia” non intendiamo i suoni plastificati tanto di moda oggi, ma un lavoro poderoso sui suoni, in modo che pesantezza e complessità non vengano inficiati da una mancanza di intelligibilità delle trame sonore più sotterranee. Il genere, se ha senso parlare di esso a proposito di Hesperia, continua la sua probabilmente voluta trasformazione già cominciata negli altri album, in particolare il precedente Spiritus Italicus, uscito a malapena un anno prima di quest’ultima opera: le influenze classiche ed epiche del metal anni ’80 riemergono inarrestabili; parliamo di altri grandi che già narrarono l’epica indo-europea e aryo-mediterranea con la loro musica, come i migliori Manowar e Virgin Steele, ma anche influenze più recondite, maggiormente legate alla nuova ondata del metal britannico dei primi anni del magico decennio. L’atto finale della quadratura del Metallo non può non passare per un ritorno all’origine, non senza passare per quelle che erano influenze già all’epoca: musica classica romantica e barocca, folk, hard rock, rock progressivo, eccetera, che vengono qui rivitalizzate all’interno dell’Idea di Italicità, che forse ha molto più a che vedere con queste forme artistiche rispetto
ad altri lidi etnico-geografici.
Come sempre, il disco ha vari livelli di lettura: può essere ascoltato come una serie di canzoni, slegate l’una dall’altra, forse in modo ancora più semplice rispetto ai precedenti lavori, o come un album concettuale in cui il tema epico- mitico ben si sposa al messaggio-manifesto rivolto a noi contemporanei, ossia la guerra ai superbi, agli esterofili, ai falsi ed autoproclamati “imperatori” di oggi, per la rinascita di Hesperia e dell’Età Aurea Italica attraverso le Arti.
Si parla solo di antichi miti e di musica? A voi la risposta.

Dal consueto Praeludium, di natura orchestrale e pomposissimo, qui a citare lecolonne sonore del genere peplvm, oltre che riprendere ancora una volta il tema pucciniano dei Ludi Secolari, si passa a De Bello Italico I, nascente da elementi folk-identitari e rituali, si sviluppa come cavalcata heavy e finisce in un gran trionfo di black metal pagano, sfumando direttamente nella Pars II; quest’ultima, comprendente le ultime due scene della suite, rappresenta un qualcosa che forse non è mai stato sentito da orecchio alcuno: le influenze provengono anche dal rock anni ’80, dall’AOR, dall’heavy classico, dall’epicità classica, per poi ritornare ai consueti lidi estremi, il tutto in modo assolutamente “identitario”, coerente, senza risultare artefatto. Bellissimo il testo, trascinante, che non può non accendere un Fuoco nell’ascoltatore che ami sé stesso e la propria Terra, e che non può non farci pensare all’oggi. Parte con lo sconforto apparente di Enea che afferma “Dietro di me, solo rovine. (…) Grida lontane, suoni di guerra (…), guardo nel vuoto con la stretta nel cuore, ricordi sbiaditi di una guerra passata”, ma poi, la visione divina rivelata dal padre Anchise e dalla Sibilla si fa forza, assieme alla Pietas dell’Eroe, che affronta con profondo senso di dovere e rispetto per il Divino ogni avversità: “di fronte a me, un nuovo Impero, guardo laggiù, guardo laggiù… un nuovo Impero!”
Et “ab hoc bello nascetur Roma”

Prosegue nell’Interludium, arricchito dalla voce di Mario di Donato dei leggendari The Black, la nostra narrazione: Turno è distratto da illusioni provenienti dagli Dei, e Mezenzio, tiranno etrusco odiato dalla sua gente, viene ucciso da Enea, assieme al figlio Lauso.
Si scatenano dunque le danze con Metallum Italicum I, in cui le spoglie di Mezenzio vengono offerte a Marte e vengono onorati i caduti. Epicità pura: hard rock identitario (particolarmente belle le tastiere, semplici e di sapore ’80s), heavy metal, black metal pagano si sposano alla perfezione, in quello che diventa di fatto un vero e proprio Inno dei Guerrieri Italici:“Giuro che vincerò!” ripete il coro, e cliché contemporanei e primordiale arcaicità tornano una cosa sola, i primi elevati dalla seconda.
“Invincibili, nessuno può nulla contro di noi! Gli Dei ci proteggono, Stirpe del Fato, Guerrieri Supremi… Roma verrà!” “Per gli Dei, per la Patria, giuro che vincero, giuro che vincerò, giù-rock e VINCERO’!” “Tamarro?” SI’!
Trovatemi qualcosa di altrettanto mobilitante, puro, elevato nel piattume odierno, dal finto cattivismo disadattato ai buonismi depressoidi striscianti, che avrebbero dovuto essere tenuti fuori dalla Scena, trovatemi qualcosa di analogo, che sia allo stesso tempo Italico, nel delirio esterofilo e nel poseraggio (perdonate l’anglicismo!) che fanno stagnare l’ambiente musicale, sommergendo i nomi di valore, che esistono, tramite la pura massa amorfa, spacciata per “ribelle”!

Proseguiamo il nostro viaggio negli eventi finali dell’Eneide, con Metallum Italicum II, che si apre con con un toccante pezzo di natura operistica composto dal nostro, cantato dal tenore Christian Bartolaccio, nel pieno della tradizione nazionale. Siamo ai livelli di epicità dei migliori Bathory, dei migliori Manowar (che pure, per via delle loro origini italiane, hanno già giocato con l’Opera), eppure la maturazione musicale e culturale è indubbiamente a favore del nostro, senza offesa alcuna per i mostri sacri del passato. Nella scena VIII, preludio al duello tra Enea e Turno, difeso ormai soltanto dalla vergine guerriera Camilla, il latino Drance ci narra che “Enea è l’Eroe, Enea è il guerriero prescelto dal Fato per il trono d’Hespero, perla Stirpe gloriosa di un Impero invincibile; folle re Turno e senza speranza, causa della guerra e del sangue che è in terra, il sangue ora ferma e la guerra che avanza, Enea solo affronta in duello senz’onta”. Il tutto sfuma poi nella scena IX in cui Camilla si frappone tra Turno ed Enea, in una cavalcata di Metallo Italico, che qui vede incarnarsi da manifesto a coerente esecuzione: “Metallo Italico, risuona in battaglia, Metallo Italico che brilla, che taglia, che và!”, di ottima scuola gli assoli, lunghi e curati come non mai in un disco che rimane comunque ancora parzialmente legato ad un suono “estremo”. Non vedano i (finti) puristi un ammorbidimento nell’anima musicale del nostro, per via di queste radici antiche che come fiume carsico riemergono: ci spieghino piuttosto cosa ci sia di realmente “pesante”, di realmente “estremo” e, sinceramente, cosa ci sia di realmente profondo nella ripetizione pedissequa di cliché norvegesi ormai irrisi, definiti “spastici e deboli” (ovviamente, quando decontestualizzati e banalizzati!) dai loro stessi “inventori”, stanchi di folle di artigianali imitatori, per giunta esterofili, e di zanzare parassite di gloria riflessa.
L’anima “folk” o meglio arcaico-hesperide di Hesperia si esprime ancora nella settima traccia, l’Interludium intitolato Ave Hesperia. Da esso scaturisce l’autentico trionfo del disco, Hesperia, diviso in tre scene: nella prima vediamo il giuramento sacro tra i due duellanti, che esprime la religiosità giuridica e il profondo rispetto degli Italici per ogni aspetto del Sacro, ivi compresa la Guerra ed il Nemico stesso qualora egli stesso rispetti quei Patti; nella seconda scena, la vittoria prima ancora che manifesta, è evocata sul piano divino dal giuramento di Enea, che viene accolto da Giove e dagli Dei: “fiero lo sguardo al cielo, fuoco che brucia nel cuore, il trono d’Hesperia è vicino (…), Terra dove arriva il Sole, terra promessa dagli Dei, Hesperia il trono è vicino… Hesperia è Gloria, Hesperia è Vittoria! Sangue e Suolo di una Stirpe Invincibile!”
Nella Scaena XII “la nascita della Stirpe Romana”, Giove ordina a Giunone di lasciarsi dietro la sua inimicizia verso i Troiani: Ilio è ormai distrutta, e mai più ritornerà. “Lascia pure che il loro Nome cada per sempre… la stirpe troiana unita ai Latini: una nuova stirpe detta Romana.”
Giungiamo dunque alla conclusione “e tu che ascolti, il Poema sacro agli Dei giunge al termine… lo scontro finale, si chiude ora, qui!”
Dopo una lunga solistica e strumentale, chiamata Hesperias Triumphator, in cui il nostro riprende il genitivo arcaico-latino dimostrando di saper scherzare in modo raffinato con gli anglicismi del genere, arriviamo dunque ad Apotheosis: Roma Incipit, teatrale come non mai, in cui il trionfo di Enea su Turno viene celebrato dalla voce narrante, santificando col sangue il ritorno dei troiani nella patria natia, l’alleanza con i Latini e l’inizio di un nuovo ciclo di civiltà.

Il viaggio del Tiranno del Metallo Italico ora prosegue, attraverso il Cancello Temporale, diretto verso altre, nuove, Ere Hesperiane. Attendendo il nuovo Ciclo, e prendete da questa affermazione quello che volete carpire, non possiamo far altro che procedere nella stessa direzione, ascoltando e cantando gli inni di una Identità profonda che rifiorisce in Flora, si reinnamora di Sé attraverso Venere, ed in Marte trionfa, come ora per sempre!

Fedrìgh Bèli

P.S.
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