tratto dall’Editoriale di Arya, Rivista Ufficiale degli Esploratori Hesperiani, n°10, di imminente uscita in occasione delle celebrazioni del Dies Natalis Romae nell’anno 2767 a.U.c.-2014 e.c. Per richiedere questo numero, eventuali arretrati o per abbonarsi scrivete ad ambronesitalia@libero.it o contattateci sul nostro profilo di Facebook.Immagine di copertina a cura di Eleonora-Feles. Per informazioni su questa ed altre illustrazioni contattate l’autrice scrivendo a felidedeicampi@alice.itImmagine

Del tuo mondo bellissima regina, o Roma, ascolta; o Roma, nell’empireo ciel tra le stelle accolta,

madre non pur degli uomini ma de’ Celesti. Noi siam presso al cielo per i templi tuoi.”

De Reditu Suo, Claudio Rutilio Namaziano (versione italiana di Giovanni Pascoli)

Cari Sodali ed Amici, ci ritroviamo nuovamente sulle pagine di Arya in occasione del ripresentarsi, come ogni anno, di una delle date più propizie e rilevanti del nostro calendario Italico-Romano: il 21 Aprile, data dei Palilia o Parilia, antica festa pastorale latina, data meglio nota per essere quella della fondazione di Roma da parte di Romolo. Al contrario di quanto possa affermare laconicamente il famoso proverbio, Roma nacque in un giorno, il ventunesimo dopo il novilunio di Aprile di duemilasettecentosessantasette anni fa, tramite un antichissimo rituale etrusco-latino nel quale il sacro solco dell’Urbe veniva tracciato in senso anti-orario dal fondatore augurato, la terra natia dei fondatori veniva sepolta, assieme con offerte votive e primizie, in una fossa consacrata agli Antenati e il primo focolare della nuova entità veniva acceso sopra di essa una volta chiusa. Erano già presenti nell’area alcuni insediamenti sparsi, fin da tempi immemorabili, che possono parlarci a pieno diritto di una ‘Roma prima di Roma’ e bisognerà aspettare fino alla dinastia dei Tarquini, di origine etrusca, per una Roma dotata di alte mura, fogne e case di pietra, ma l’Urbe, la Roma Quadrata, il cuore pulsante di un Ente divino incarnato in Terra nacque in quel giorno, e solo in quel giorno.

Per essa furono previsti dal sacerdozio etrusco dodici secoli di esistenza, in quella forma, e così Roma prosperò dall’anno della sua fondazione fino al sopraggiungere degli anni bui, prima come città stato italica, poi come guida di una confederazione che si estese in praticamente tutta Hesperia, infine come guida di un Impero che non solo unì assieme buona parte delle valenti stirpi Europee, ma che conquistò terre lontane e rinfocolò antichi imperi come quello che fu di Alessandro e l’Egitto dei Faraoni. Non furono però soltanto le armi e l’ingegno a permettere a Roma questo imperio sul mondo, ma bensì la Pietas verso gli Dei e gli Avi e la potenza stessa delle Genialità del territorio in cui l’Urbe fu costruita; vero e proprio centro sacrale, il territorio dei Sette Colli non fu scelto casualmente dalle antiche migrazioni di popoli, tanto tirreniche tanto indoeuropee, ma per la sua conformazione geografica, espressione terrena di potenze sovramondane. I Sette Colli, come le sette stelle dell’Orsa guardano verso il Nord, dove si trova il Soratte, montagna sacra non a caso dedicata alla duplice natura, solare ed oscura, del Dio-Lupo Apollo Sorano; le paludi romane, molto faticosamente domate dall’ingegno dell’uomo, ricche di cacciagione ma anche malsane e pericolose, erano invece espressione della Lupa, generosa quanto spietata immagine dell’umida Terra Madre; Il Palatino, circondato da infide acque, era a quei tempi come un’isola che fungeva da rifugio per i pastori e concedeva un’ottima vista sul territorio circostante: esso appariva come la montagna che sorge dalle acque, luogo cercato dagli eroi e dai mistici di moltissime tradizioni e ravveduto in alcuni luoghi particolarmente sacri del mondo; il vicino Campidoglio, sede delle rovine di una delle Roma prima di Roma, nella quale si può evemeristicamente ravvedere il regno di Saturno nel Lazio, era invece misteriosamente connesso al dominio sul territorio circostante e al mistero della regalità.

Il corpo vivente dello Stato Romano, Senatus PopulusQue Romanus, che va inteso tradizionalmente come incarnazione terrena, giuridico-sacrale, di una ispirazione divina, entrò nella fase adulta con la vittoria contro Cartagine, sua rivale sia sul piano materiale e politico-economico che su quello metafisico, stando al Vate Virgilio; il trionfo contro la colonia asiatica posta al centro del Mediterraneo aprì di fatto Roma al mondo allora conosciuto, alla cultura ellenistica, alla conquista di territori sconfinati, all’integrazione di alcuni valorosi popoli, alcuni dei quali autentici fratelli degli Italici stessi, nell’orbita romana, eppure fu così che il Sangue di moltissime famiglie originarie si spense nella crudeltà della guerra terrificante portata dalla vendetta di Annibale; fu così che molti culti si estinsero per mancanza di sacerdoti; fu così che, una volta respinto il pericolo, assieme alla prosperità e alla pace si insediarono i germi della discordia e della tracotanza. Eppure, Roma risorse gloriosa, grazie al coraggio di Giulio Cesare, discendente del capostipite Enea stesso e grazie alla restaurazione, religiosa ancor prima che sociale e politica, di Ottaviano Augusto, primo Imperatore. A loro e a chi li incoraggiò ed ispirò, uomini o Dei, dobbiamo la rinascita di Roma, la restaurazione di territori semplicemente conquistati ed occupati in un Impero basato sulla Fides trai Popoli e sull’Armonia tra Uomini e Dei, la partecipazione al sogno romano di tutti i popoli di Hesperia-Italia, completata l’inclusione di quei Galli Cisalpini che tanto avevano lottato per la rinascita romano-italica, la fine delle guerre intestine tra gli affratellati popoli d’Europa, la pace prolungata in tutto il mondo allora conosciuto. Roma, divinamente ispirata, fu un faro di luce in un’Era che stava velocemente rabbuiandosi, dove da secoli ormai sorgevano dottrine che irridevano gli Dei, dove il denaro prendeva il posto dei valori originari, dove le stirpi erano divise ed in perenne guerra tra loro.

Tutta una storiografia anti-romana, diffusasi principalmente già in epoca tardo-antica a causa dell’anti-romanità di alcuni padri della chiesa ma ancor di più in tempi recenti, a causa della retorica protestante diffusasi nei paesi luterani o genericamente nord-europei, vuole vedere Roma quale responsabile della decadenza del mondo antico: come gli Ebrei ravvidero nell’Egitto ed in Babilonia la causa di ogni loro affanno, alcune correnti storiografiche di ieri e di oggi identificano in Roma antica ogni nefandezza; i cristiani vi vedono l’assenza di amore nella religione, i progressisti e i neo-marxisti vi vedono una manifestazione di schiavismo e di sfruttamento classista, le teorie neo-spiritualiste vi vedono l’estinzione dei misteri antichi di varie popolazioni, il femminismo l’occultamento della dimensione femminile del sacro, i monomaniaci del moderno razzismo antropo-zoologico vi vedono un precursore delle moderne ossessioni verso il meticciato universale e così via verso una infinità potenziale di nuove possibili teorizzazioni deliranti, più o meno basate su qualche strampaleria o persino su mezze verità assunte a capisaldi ideologici assoluti.

Una seria ed equilibrata visione Tradizionale di Roma, della sua Storia e Mito-Storia respinge tutto questo, perché è piuttosto chiaro che se la Storia di Roma non fu affatto indenne dalla decadenza e del manifestarsi di un progressivo oscuramento del Divino, che perdurò per tutta l’Età del Ferro, l’Urbe non può essere accusata di aver innescato processi che già si manifestavano, storicamente e meta-storicamente, da secoli e secoli in pressoché tutte le antiche civiltà europee e mediterranee: non necessitarono di Roma le città greche per affogarsi nella tracotanza e nelle guerre fratricide al seguito della vittoria sui Persiani, ne i Galli per accogliere già da tempo gli aspetti più materiali e deleteri della “proto-globalizzazione ellenistica” (termine riduttivo, in ogni caso, al netto di quelle che invece sono valutazioni positive del fenomeno), ne tantomeno i popoli del mediterraneo orientale, indoeuropei o semiti che fossero, per popolare la loro concezione della vita dopo la morte di angosce e di fantasmi e per questo concentrarsi più che altro nell’accumulare gioie materiali. Per una visione Tradizionale del mondo, al contrario, Roma rappresentò un argine nei confronti di questo oscuramento e ciò è confermato dalle parole di quegli uomini pii e di quegli iniziati ai più alti misteri divini, anche non etnicamente Romani, che lodarono l’Urbe per il suo ruolo meta-storico, trai quali non possiamo non citare quel Claudio Rutilio Namaziano, di origine celtica, dal cui Inno a Roma abbiamo tratto la nostra breve citazione di copertina, autore che scrisse proprio al termine di quei dodici secoli di dominio che gli Dei avevano affidato alla Città Eterna. Quando Namaziano scriveva, già da tempo gli empi, nominalmente adoratori di Cristo ma percepiti essenzialmente come Atei, avevano prima di tutto snaturato il sistema giuridico, e quindi sacrale, della Città e dell’Impero, separando lo Stato, ora laico, dalle leggi divine, ponendovi a capo sovrani non più garanti della Pax Deorum Hominumque. In un secondo momento i culti aviti, prima pubblici poi privati, vennero perseguitati e i costumi degli Avi si rifugiarono nel duplice esilio del mondo delle arti e delle lettere da una parte e nel folklore delle classi popolari dall’altra.

Gli effetti di questo oscuramento, e di questo autentico tradimento, perdurano tutt’ora, nel territorio di Hesperia, in tutta Europa e forse non esagereremmo nel dire che tutto il mondo ne ha probabilmente sofferto, e questo va ben al di la del semplice problema religioso e della diffusione delle superstizioni, problema di fatto secondario già all’epoca: è l’assenza, nella nostra parte di mondo, di una Res Publica sacrale e divinamente ispirata a trasformarci di fatto, da Uomini e Donne Tradizionali e centrati in individui atomizzati, esposti ai capricci deterministici del Fato e alla prepotenza degli empi che fondano il loro governo unicamente sul dominio delle cose terrene, una trasformazione al peggio che oggi appare più che mai ultimata, con la caduta progressiva di tutti gli ultimi surrogati e di quasi tutte le sopravvivenze residue dei costumi aviti e dell’idea stessa di un potere legittimo solo quando augurato e sacralizzato.

In questo scenario neo-barbarico, di cui oggi vediamo l’attuarsi ultimo di uno stato di cose caotico e tragicomico come parodia di qualsiasi ordine previgente, persino post-Romano,\ cosa rimane all’Uomo Italico per ricercare la Pietas e l’Equilibrio? Dobbiamo forse cullarci nel languore e nel culto delle rovine?

Noi crediamo di no. Cicerone ci ricorda che i Sacra Privata PRECEDONO il Culto Pubblico, del quale sono fondamento primordiale ed irrinunciabile. Roma stessa come Urbe Divina si basava sulla Pietas dei propri cittadini, sul perpetuarsi dei Costumi dei Padri e non ultimo sulla Potenza stessa delle Genialità del territorio. La brace sopita dei focolari domestici invero arde ancora, senza fretta ne arroganza, ma non per questo con meno Potenza, si riaccendono fuochi nelle case, trai campi e sui monti, e di casa in casa, di monte in monte si riaccendono le luci di Hesperia, ad immagine dei luminari celesti: è il normale ordine delle cose che non accenna a cambiare il suo corso, perché al giorno segue la notte, ed alla notte un nuovo giorno.

Possono essere passati i dodici secoli assegnati al Senato e al Popolo Romano, ma mai è stata ex-augurata la fondazione romulea della Città Eterna, mai spezzata quella traslazione del culto del Genio del popolo Romano, dagli abitanti di una città stato a tutti i popoli di Hesperia, voluta da Ottaviano Augusto e, soprattutto, nessun proliferare di empi, di superstiziosi, di entità profane, ignare o persino nocive, può indebolire la Potenza intrinseca dei Luoghi Fatali di Roma e di Hesperia-Italia: essi, eterni, ispirano l’uomo pio che coltiva se stesso e il rapporto col divino per se e per la sua famiglia che li visita e che, con cuore puro, li onora. Presso questi Luoghi Sacri si riuniscano dunque nuove Primavere Sacre di giovani uomini e di giovani donne Italici, presso questi luoghi si accendano nuove fiamme per i focolari domestici e che essi veglino sulla nascita di nuove generazioni centrate ed etnicamente consapevoli, ispirate dalle Deità Etnarche delle nostre genti e della nostra Terra. Si riuniscano i popoli di Hesperia, discendenti legittimi dei popoli di allora, si giurino fedeltà l’un l’altro nei luoghi testimoni della grandezza dei Padri, scelgano nuovamente luoghi propizi per ri-fondare la propria Pietas, la propria consapevolezza interiore, la propria Storia, il proprio ruolo nel mondo. Eleggano essi nuovamente Roma come cuore pulsante di Hesperia in virtù della sacralità della sua fondazione da parte dei nostri Avi Indoeuropei e della santità dei luoghi dove essa sorge, da essi riconosciuti come immagini terrene di luoghi divini, non certo per nostalgia del suo ruolo storico, ne tantomeno attaccandosi al surrogato e pallido fantasma della Roma dei papi o peggio ancora di una Roma capitale di uno stato che non rappresenta i suoi popoli ed oggi addirittura li svende alle peggiori manifestazioni dell’anti-impero finanziario e neo-cartaginese vigente.

Con questo spirito ci recheremo nuovamente nei Luoghi Fatali di Roma, sul colle Palatino, nel Foro, sul Campidoglio e sulle rive del Tevere, poiché questi luoghi sono vivi ed ispiranti a prescindere dalle rovine e delle memorie storiche, pur importanti. Non la nostalgia, ma unicamente la Pietas, il senso del dovere, del rispetto e il senso di Amore, ci portano ad onorare ogni anno quel 21 Aprile che ci ricorda l’eterna giovinezza di Romolo e dei suoi compagni, di Roma e dell’Italia, una giovinezza che si fondava sulle vetuste e precedenti memorie di una Hesperia antichissima e primordiale, una giovinezza che si manifesta nuovamente nel momento più buio della senescenza dell’anti-Roma contemporanea, una giovinezza che ispirerà, auspichiamo, una autentica ri-fondazione di un Ordine umano e Divino e la rinascita dell’Urbe Eterna tra le rovine di innumerevoli ‘Roma prima di Roma’. Ciò che auspichiamo è nascosto tra le pieghe del Mistero del Tempo e non è dato sapere cosa serbano per noi, in ultimo, i Numi: ci basti sapere che sul colle Palatino ad ogni primavera sbocciano i fiori e si rinnova l’alloro, e che il sole rinasce ad Est ogni giorno, incurante di quanto sia stata buia la notte.

Morgan,_Evelyn_de_-_Flora_-_1894

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