Il Celtismo Italiano, pregi e difetti.

da Arya n°2, di: Markus Heinrich Krank (Marco Malaguti)

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Il nostro paese, come tutti quelli dell’Europa occidentale, ha conosciuto, a cominciare dagli anni ’90 il revival del patrimonio culturale ed immaginario a tema celtico. Che suggestioni a tema “celtico” fossero già conosciute da vasti strati della popolazione non deve sorprendere, dal momento che l’estetica verso le culture di discendenza celtica dell’Europa insulare è diffusa in tutto l’Occidente, importato da musica folk, cantautori e lungometraggi. Per quanto riguarda i Celti per quello che davvero furono storicamente si considera come inizio ufficiale del revival celtico italiano la ormai famosa mostra “I Celti” tenutasi a Palazzo Grassi a Venezia nel 1991, dove per la prima volta si sfatò il mito dei Celti visti come barbari con le corna, rozzi ed ignoranti di fronte ai civili e monumentali romani. Da quel momento in Italia cominciò un lento riattivarsi per far meglio conoscere una cultura che ancora fa sentire le sue influenze su un terzo del territorio nazionale. Per la prima volta lo studio dei Celti uscì dal mondo accademico per diventare realtà alla portata di un pubblico più vasto. Cominciarono, qua e là nell’Italia Settentrionale a fiorire le prime feste celtiche, a partire dall’area piemontese e lombarda e successivamente in Romagna ed Emilia. Si trattava di manifestazioni pregne di spiritualismo mistico soltanto nominalmente celtico, ove in realtà era molto forte la contaminazione con la Wicca e la Stregoneria, sia nella sua veste tradizionale che nel suo aspetto “moderno”. Questo fu forse il primo degli equivoci in cui il Celtismo italiano cadde, ovvero la mancata distinzione tra nuove religioni (laddove per nuove si intende tutto ciò che nacque dopo la caduta del mondo antico) e quella dei Celti. A fronte di una ancora oggi quasi sconosciuta tradizione iniziatica e religiosa, quella druidica, il mondo celtico italiano cercò di sopperire alle carenze archeologiche e documentaristiche con un generico “culto della natura” o “culto della madre” spacciandole per la vera religione dei progenitori di molti milioni di italiani. Se da una parte è vero che ciò che fu fatto dal celtismo sul fronte spirituale non corrispondette a realtà vi è da dire anche che spesso tutto ciò venne condotto non con uno spirito di malafede, quanto piuttosto con lo scopo di creare in fretta un archetipo mobilitante a “ispirazione” celtica, di contro ad una modernità straniante e sempre più oppressiva che imperversava e imperversa tutt’ora nelle industrializzate regioni del Nord. Figlio di questo ingenuo e deleterio atteggiamento furono anche le numerose pulsioni anti-romane che l’ambiente celtico italiano partorì soprattutto nella prima parte della sua storia, laddove Roma veniva vista nella stessa maniera errata in cui la presentano ancora oggi i sussidiari delle scuole, ovvero una potenza multietnica basata su di un materialismo freddo e calcolatore, abbattitrice di boschi e nemica della natura in favore di una civiltà monumentale e lontana dal mondo naturale ed agreste quanto alle divinità femminili. L’intento politico, che pure si presenterà, di pari passo all’ascesa del secessionismo a metà degli anni ’90, si innesterà in questa ribellione antimoderna contro Roma, ma non lo creò, come molti invece pensano. Se la politica identitaria nel Nord Italia fu di grande aiuto alla riscoperta dei Celti, mediante finanziamenti di festival di rievocazione storica, conferenze e altre iniziative, contribuì però ad accentuare in chi in quella politica non vi si riconosceva l’idea dei Celti come popolo barbarico e nettamente distinto dal resto delle popolazioni italiche, nonché a circondare di un pregiudizio secessionista tutte le iniziative celtiste esattamente come quelle volte alla riscoperta delle radici romano-italiche sono circondate da un pregiudizio che le considera revival fascisti, nonostante sia comunque innegabile il ruolo del fascismo nella riscoperta ideale di quella che fu la grandezza di Roma nei secoli anche per gli italiani meno istruiti. Il movente secessionista impedì un dibattito ed uno studio serio e non fazioso sull’eredità celtica nel Nord Italia, sostenendo un’alterità quasi totale rispetto alle altre popolazioni della penisola, cadendo peraltro il numerose contraddizioni ed errori, per esempio spacciando i Veneti come un popolo di origine celtica, quando è risaputo siano di origine italica, come i Latini. Venne inoltre quasi sempre negata l’esistenza di società, come quelle del Veneto occidentale o dell’Emilia, dove i Celti convissero con le culture etrusche ed etrusco-italiche locali mettendo in comune tradizioni e modi di concepire la vita, l’arte e la guerra, preferendo una visione “balcanica” della storia e della mitostoria dell’Italia antica. Per sottolineare inoltre l’unità padana si limarono spesso le differenze, spesso marcate, tra le tribù celtiche dell’Italia settentrionale, per esempio tra gli Insubri ed i Boi, uniformando i Celti ad un certo stereotipo di comodo, per quanto romantico ed affascinante. Un altro dei grandi errori del celtismo italiano, a cui solo da pochissimi anni si sta ponendo rimedio, è stato quello di marcare le distanze, non abissali, ma nemmeno irrisorie, tra l’ecumene celtico della Gallia Cisalpina e quello dell’Europa insulare. La “creazione” del nuovo celta dovette sembrare oltremodo facile, laddove con supponenza e faciloneria si presunse, dando così ragione a molti sostenitori della tesi barbarica, che i Celti non si fossero mai evoluti e che quindi si potesse tranquillamente attingere dalle fonti proto-cristiane dell’Irlanda e della Scozia per descrivere in maniera abbastanza filologica le culture cisalpine di mille anni prima. Solo attenti studi come quelli di Venceslas Kruta, Guyonvarc’h , Le Roux e Vitali (per citarne alcuni) permetteranno di far luce su di una civiltà complessa, regolata da una strutture fortemente legata al concetto di èlite, sia in senso aristocratico che sacerdotale, di contro allo stereotipo dei barbari armati di ascia che attaccano alla rinfusa le ordinate civiltà mediterranee con il solo scopo di saccheggiare e stuprare. A favore del celtismo italiano vi è da dire che per quanto riguarda la conoscienza archeologica, del modo di vivere e di combattere, si sono fatti molti passi avanti nella demolizione della “tesi barbarica”. Gli studi del francese Rapin e dell’italiano Vitali hanno permesso di apprendere, anche alla luce di sperimentazioni sul campo e di una lettura più attenta delle fonti classiche (Cesare e Aulo Irzio in primis), molte più nozioni sul modo di combattere delle popolazioni celtiche dell’evo antico, dimostrando la loro conoscienza della falange, appresa molto probabilmente dai coloni greci stanziati a Marsiglia, e della formazione a testuggine (in gallico chiamata “Reda”) fino ad allora considerata prerogativa delle legioni romane.

ImmagineStudi attenti riguardanti la linguistica hanno permesso di notare differenze molto meno marcate con le altre culture italiche di quanto molti credessero e pochi in malafede sperassero, e lo studio di numerosi corredi funebri, d’altro canto, testimoniano quanto l’equipaggiamento del legionario repubblicano romano, che tanto fece parlare di sé, fosse simile a quello dei guerrieri d’alto rango delle compagini galliche, a cominciare dall’elmo di tipo Montefortino e dalla cotta di maglia. A questo approccio fortemente empirico e materialista degli ultimissimi anni si è però sommata una de-spiritualizzazione del revival celtico italiano, fenomeno che rimane un territorio estremamente fertile per il tradizionalismo gentile pan-italico, poiché il disfacimento progressivo della socialità nelle regioni del nord e l’impatto migratorio necessiterebbero di contrafforti solidi che solo la religione etnica può offrire. Una religione etnica per i cittadini del Nord non può che dare spazio, oltre che all’ambito romano-italico, che ne rimane colonna portante e irrinunciabile, anche ad una riscoperta di quella che fu la tradizione ancestrale non solo Celtica, ma anche Venetica e Ligure, in quanto una gentilità settentrionale senza i Celti sarebbe monca tanto quanto una gentilità settentrionale senza alcuno spazio per Roma o l’Etruria. Tale de-spiritualizzazione ha creato una scissione quasi insanabile tra celtisti “spiritualisti” ancorati ai vecchi modelli del Celta adoratore della grande madre, e “materialisti” che preferiscono non occuparsi della tradizione spirituale celtica considerandola o irrimediabilmente perduta o peggio, contaminata per sempre dall’ignoranza degli “spiritualisti”. Noi Esploratori Hesperiani, sostenitori di una sana via di mezzo crediamo che la riduzione delle civiltà celtica ad un puro fenomeno di rievocazione storica sia niente altro che il disinnescare, spesso CONSAPEVOLMENTE, un potenziale bacino di persone che sarebbero realmente interessate alla religione etnica, ma che, per mancanza di lavoro spirituale e di ricerca serio, non trova altro che le neo-religioni, che, pur rispettabili, non vanno a lambire quelle radici profonde e incontaminate dal giudeo-cristianesimo, che diedero origine ai nostri popoli.

Allo stesso modo disapproviamo la sempre più vistosa nuova stereotipizzazione dei Celti, visti non più come i barbari cattivi e ubriaconi, ma peggio, come i “barbari civili ma senza regole”, una civiltà animalista, addirittura vegana, dove non esisteva legge se non quella della musica e del bere, di contro ad una romanità di cartapesta maschilista e fascista. Questa tendenza volta a presentare i Celti in maniera “anarchica” è già realtà in Germania, dove la paranoia olocaustofobica impedisce qualsiasi esame serio delle civiltà antiche che popolarono quelle terre, e si fa largo anche nell’Italia Settentrionale grazie ad infiltrazioni di persone provenienti dall’estrema sinistra portati nel celtismo proprio dalla rievocazione storica “materialista”, secondo la quale per essere Celti l’elemento di Sangue è ininfluente e basta dirsi Celti e vestirsi da tali, sottolineando l’attitudine moderna al travestitismo universale che risolve tutti i problemi dall’oggi al domani. La costruzione di un nuovo movimento cisalpino e pagano, centrato nel quadro d’insieme indoeuropeo, inscindibile da quello italico-romano passa obbligatoriamente per il riconoscimento del pesante influsso dei popoli celtici nel nord della penisola e nella loro presenza generica negli italiani di oggi che la popolano, stessa attenzione per il Sangue deve essere riservata all’ambito italico-romano, per il quale italici non si diventa, ma si nasce. Rammentando il passo di quell’autore classico che sosteneva che i Celti se fossero stati uniti sarebbero stati invincibili così noi oggi vogliamo lanciare un appello al mondo gentile e pagano italiano, perchè sforzi congiunti consentano la nascita di un nuovo movimento gallo-romano che riconosca finalmente la presenza e l’importanza dei Celti nella Gallia Cisalpina e che contribuisca a sfrondarne i pregiudizi, di modo da sanare una ferita da troppo tempo aperta nella mitostoria dell’Italia, unendo finalmente tutte le anime di Hesperia per la conquista del nostro obbiettivo comune, il ritorno del Mos Maiorum in tutte le sue molteplici sfumature.

 

 

 

 

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